Intervento su Antonio Gramxi

Nuoro, 16 aprile 1999 –

Nel leggere le pagine scritte da Antonio Gramxi nel corso dei brevi tormentati anni del suo impegno politico, ci si sorprende coinvolti e passionalmente partecipi di tensioni, entusiasmi, conflittualità ed utopie evocati, con freschezza narrativa, dal fluido scorrere del periodare, apparentemente distaccato eppur vibrante d’intensa umanità; il pensiero, sempre creativo, dischiude vasti orizzonti aperti su valori etico-politici nei quali si coglie il respiro universale della società senza classi.

Nel definire l’architettura istituzionale del potere operaio Gramxi propone un’interpretazione della dottrina marxista del tutto originale, vitalmente correlata alle specificità della realtà italiana, percorsa al suo interno da laceranti conflittualità suscitate all’origine: a) dallo spirito di conquista che ha caratterizzato l’annessione delle regioni meridionali al nascente regno d’Italia e b) dall’innaturale contrapposizione del grande nord – complessivamente visto come citta “dominante” – rispetto al sud ridotto ad indistinta campagna “dominata”.

Nello spirito del superamento di tale dualismo, formula proposte volte a realizzare una forte alleanza di solidarietà fra il mondo operaio settentrionale con quello rurale-contadino del sud, obiettivo questo considerato essenziale per il riscatto proletario nei confronti di una borghesia pavida e parassitaria, cresciuta in virtù di torbida collusione con il sindacato guidato, al tempo, da socialdemocratici, rivelatisi nei fatti funzionali alla politica dei governi liberali. Coerente con l’obiettivo, riafferma l’esigenza di abbattere le barriere doganali considerate intollerabile prigionia del sud ridotto a colonia di consumo delle produzioni industriali (antieconomiche) del nord.

Conferisce rilevante significato politico a queste proposte il sostegno che Gramxi sollecita dalle assemblee operaie torinesi e reggiane, sconfiggendo le resistenze delle vecchie gerarchie sindacali sostenute con clamore pubblicitario della grande stampa finanziata dal padronato industriale. Incisive sono le sue battaglie contro il positivismo social-antropologico diffuso dalla scuola d’ispirazione socialista che pur qualche merito si era conquistato nell’introdurre nel sistema punitivo penale modifiche in favore degli emarginati sociali indotti al reato da necessità elementari di sopravvivenza, da arretratezza culturale, o da cause emotivamente squassanti, soggettivamente sofferte come iniqua violenza.

Di particolare rilievo la sdegnosa ripulsa opposta alla tesi delle cosiddette tare criminogene dell’uomo sardo, desumibili, secondo alcuni studiosi di scuola positivista, da particolari caratteristiche somatiche considerate degeneranti; lungi dal condividerli Antonio Gramxi coglieva per contro, nei loro enunziati, la pericolosa semente di un nascente, inaccettabile razzismo. Sorprende nel pensiero gramxiano il vigore delle intuizioni esposte con argomentazione analitica, i cui contenuti – al di là dell’apparente distacco, – hanno la forza di suscitare, con l’adesione intellettuale, la fervida partecipazione etica del lettore.

La magia del suo messaggio nasce – a mio avviso – proprio dall’empito morale che è all’origine dell’obiettivo politico, inalveato per gli innumeri sentieri della suggestione evocante, con le limpide, razionali valutazioni, i più remoti palpiti dell’inconscio. È singolare la sua capacità di cogliere e rapportare i più comuni episodi del quotidiano ai valori universali. In tale quadro è possibile capire il dialogo (epistolare) con il figlio adolescente, con la moglie Giulia, la cognata Tatiana, i nipotini di Ghilarza, la madre, la sorella Teresa, e – sia pure per vie traslate – con il partito comunista che, nel giudicarlo, lo emarginava.

Commuove nell’uomo, condannato dalla paura fascista alla solitudine senza tempo, la forza morale di un protagonista capace di rapporti umani che è riduttivo inquadrare nella sfera della sola dignità. La verità è che nel carcere, il supersorvegliato Gramxi, offeso anche da gravi sofferenze fisiche, è rimasto un uomo libero che sapeva trovare gli accenti lievi e gioiosamente fantasiosi delle lettere ai bambini di casa, e i toni forti dell’orgoglio nell’accettare il carcere come momento d’onore e non d’infamia (lettera alla madre), mantenendo costante il distacco emozionale del lucido ragionare di temi politici e culturali.

Antonio Gramxi, come Epiteto, si considerava prigioniero solo fisicamente, mentre il suo spirito continuava a spaziare con serena consapevolezza nei campi sconfinati della libertà. Emerge così la grandezza morale dell’uomo che gli consentiva di padroneggiare l’io pensante per denunziare il Kafkiano processo proposto contro di lui dal partito (gli faceva carico delle certezze etico-politiche cui aveva dedicato e sacrificato la vita stessa) e, dedicare, nel contempo, al candore infantile dei nipotini ghilarzesi il magico mondo del fantastico imprigionato nelle favole dei fratelli Grimm che traduceva per loro dal tedesco.

Il pensiero nasce e si svolge nella luce di uno spirito che guarda lontano, ma vede anche le piccole cose del quotidiano: personaggi, valori e speranze fioriti nello sperduto paese di Sardegna, colti nell’intreccio del divenire universale. I sociologi che oggi discutono con addottorata severità i rapporti fra “locale e universale” farebbero cosa buona a rileggere con umiltà Gramxi e, con lui, i contemporanei regionalisti sardi per apprenderne il fecondo insegnamento; come non vedere nell’esplodere del pensiero sardista la rivoluzionaria sintesi del “locale” vissuto come pietra angolare dell’universale ? In questo contesto s’inserisce l’appassionata sollecitazione a salvaguardare, nel più vasto ambito della cultura, la lingua sarda, -che dei sardi esprime, per l’appunto, l’originale capacità d’interpretare il mondo nel quale sono chiamati ad operare da protagonisti.

La lingua sarda è vista da Gramxi quale momento alto d’identità che consente ai parlanti di confrontarsi con altri popoli arricchendosi della loro cultura e arricchendoli della propria. È bello in proposito soffermarsi sul giovane universitario Antonio Gramxi che, durante le vacanze estive impartisce lezioni private di latino e greco, avvalendosi come lingua didattica non già dell’italiano, ma del sardo. E ciò fa, secondo i testimoni, con grande efficacia e gioioso entusiasmo.

Mentirei a me stesso se non confessassi il disagio che provo quando rileggo la valutazione critica riservata da Antonio Gramxi al Partito Sardo. Lo considerava invero soggetto politico importante, capace di dare al popolo consapevolezza di sé e impegno volto a rifiutare subalternità ed emarginazione; ne condivideva, in linea di massima, gli obiettivi politici quale la riforma regionale dello Stato, l’autogoverno, l’abolizione delle barriere doganali, la vocazione repubblicana, l’antifascismo. Apprezzava in particolare il fatto che il sardismo avesse voluto e saputo raccogliere le forze vive del mondo rurale in un partito di massa, unico esempio di organizzazione politica del settore presente in una grande regione italiana.

Per un marxista qual era Antonio Gramxi il tema della riforma dello Stato era fuorviante, attesa l’esigenza non già della riforma ma del superamento di questo. Nella sua concezione lo Stato era nient’altro che sovrastruttura artificiosamente creata dal principe e perpetuata nelle moderne società capitaliste, quale strumento di potere necessario per assicurare alla classe dominante i profitti derivanti dallo sfruttamento del lavoro; in breve: dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Il vero traguardo era quindi – con la vittoria del proletariato sulla borghesia una società senza classi nella quale bandita l’oppressione della subalternità e dello sfruttamento, veniva a cessare la ragion d’essere dello Stato e del suo potere oppressivo.

Il Partito Sardo non interpretava, a suo avviso, in modo adeguato, il necessario fervore rivoluzionario. Lo preoccupava perciò l’ipotesi che avesse successo il tentativo di cui si coglievano i primi segni attuativi volti a esportare nel continente italiano l’esperienza sardista dando vita alla federazione di partiti rural-regionalisti. Questo avrebbe significato, in caso di successo, l’occupazione di un vasto spazio sociale che il Partito Comunista di Gramxi riteneva essenziale far proprio per realizzare, in vista dello scontro con la borghesia capitalista (e il suo braccio politico fascista), l’alleanza del mondo operaio con quello contadino bracciantile. In effetti i sardisti puntavano a conquistare il mondo rurale. Camillo Bellieni, scrivendone nel 1924 a Ferruccio Parri, così precisava: “Io credo nei movimenti rurali e credo che il fascismo non potrà essere scalzato sinché avrà forza presso i rurali. Bisogna perseguitarlo anche in questo campo”.

Reiterati sono stati perciò i tentativi posti in essere da Antonio Gramxi (o da lui ispirati) di esasperare sino alla rottura le contrapposizioni allora esistenti nel Partito Sardo. Il suo operare non è stato mai greve, ma determinato e persistente.

E fu a mio avviso un errore. Pur essendo allora presente nel Partito Sardo una componente meno disponibile ad iniziative di cui non avvertiva concretezza e realizzabilità, nondimeno era assente un’ala socialmente definibile conservatrice. Accusarla poi di collusione con la borghesia capitalista per godere dei presunti vantaggi della rendita fondiaria, era pura polemica in considerazione dall’inesistenza dei presupposti. Inesistente il latifondo nella nostra Isola si soffriva – salvo irrilevanti eccezioni – del problema opposto: la polverizzazione fondiaria.

L’imprenditore agricolo, di norma, operava su piccoli apprezzamenti di terreno di proprietà familiare, non di rado distanti fra loro; più raramente proprietà fondiaria e imprenditoria agricola facevano capo a soggetti diversi, ma un’antica tradizione associativa ne disciplinava con rara equità il rapporto attraverso diverse forme di partecipazione agli utili che potevano consentire e – di norma – consentivano al nullatenente, di diventare, nel volgere di cinque anni, proprietario di gregge ed imprenditore in proprio.

In breve: era presente in Sardegna una “società pastorale” sostanzialmente priva di classi ma dinamicamente aperta al mondo del lavoro tanto che le proprietà fondiarie mutavano spesso di titolarità in virtù del prevalente ruolo riconosciuto al lavoro rispetto alla rendita fondiaria. Non esisteva il dipendente salariato così come oggi lo concepiamo, ma il “giovane” che partecipando agli utili dell’azienda aveva le porte aperte alla condizione imprenditoriale. Siamo come ben si vede in una società pastorale equa ma primitiva che non aveva potuto evolversi ed esprimere dal suo seno la forza dinamica della società borghese. E in assenza di questa è vano parlare di collusioni socialmente rilevanti. In Sardegna erano presenti dei borghesi o, se si vuole, un velo di borghesia prevalentemente intellettuale, ma non esisteva la borghesia intesa come classe dirigente protagonista quale si era affermata in Italia e in Europa.

Del tutto inesistente il capitalismo endogeno; il dissanguamento finanziario perpetrato in danno dell’economia sarda dal protezionismo doganale, dall’iniquità fiscale, dal sistema bancario e dalla sistematica espropriazione operata dal colonialismo esterno sulle produzioni e materie prime locali, hanno impedito anche le forme più elementari di accumulazione di capitale. In una condizione siffatta fu certo un errore stimolare divisioni interne anziché utilizzare la presenza sardista per saldare una forte alleanza capace di promuovere quel processo di solidarietà fra mondo rurale e operaio da opporre al colonialismo della borghesia parassitaria e allo Stato centralista.

Fu ingiusta altresì la dura polemica sviluppata da Antonio Gramxi contro il meridionalismo di Salvemini, Giustino Fortunato e Benedetto Croce, accusati di costituire il punto di aggregazione del conservatorismo meridionale.

Mette conto sottolineare l’originalità dell’accusa: premesso che le motivazioni delle loro battaglie erano radicate nella storia ed in larga misura condivisibili, proprio per questo li considerava maggiormente responsabili perché non ne traevano le conseguenze rivoluzionarie che egli comunista riteneva essenziali. Per Gramxi essi si sottraevano alla lotta reale favorendo nei fatti il nefasto blocco agrario del Sud e l’alleanza di questo con i poteri forti insediati al nord e fatti propri dal governo dello Stato.

È interessante osservare come la lente distorsiva della militanza partitica lo inducesse a giudizi altamente positivi dell’impegno politico di Piero Gobetti, Guido Dorso e Tomaso Fiore (che avevano manifestato, in occasioni diverse, giudizi favorevoli sul ruolo svolto dal Partito comunista), dimenticando che gli stessi avevano salutato con entusiasmo l’ingresso sulla scena politica del Partito Sardo; che Tomaso Fiore – allora giovane avvocato – e lo stesso Guido Dorso furono attivi organizzatori del nascente Partito Irpino d’Azione. Gli stessi erano per altro solidalmente vicini a Gaetano Salvemini e valutavano nei loro scritti con grande rispetto ed apprezzamento i valori del meridionalismo di Giustino Fortunato e dell’insegnamento nel più vasto campo dell’umano sapere, di Benedetto Croce.

Avviandomi a concludere penso che Antonio Gamxi vada accettato cosi com’è: grande statura morale, cultura viva ed illuminante; capacità d’intuizione dei complessi, intricati conflitti interagenti nello scenario politico italiano ed internazionale; vocazione a trascendere il contingente, attraverso la trasparenza dei valori universali pur conservando la calda umanità del quotidiano; fede senza fideismo ma senza tentennamenti che lo fa combattente disarmato e solitario, ramingo per le impervie vie della storia, consapevole del suo ruolo-guida. In questa fase per Antonio Gramxi ideologia e partito costituivano unità organica. L’uno all’altro funzionale ed essenziale; ipotesi diversificanti, anche se impegnate su percorsi democratici, erano considerate quantomeno dispersive.

In effetti proprio i movimenti autenticamente popolari suscitarono in lui maggiore allarme. Mentre è infatti facile alle masse riconoscere i naturali nemici di classe e mobilitare contro loro il potenziale rivoluzionario, tutto ciò diventa insidiosamente più difficile nei confronti di movimenti che si legittimano in virtù di adesione popolare aventi obiettivi democratici ma diversi da quello comunista.

I1 ruolo del partito è in Gramxi così totalizzante che non se ne allontana neppure quando, incatenato dal fascismo, subisce la suprema ingiustizia d’essere isolato dagli stessi compagni, compatti nella ripulsa delle sue osservazioni critiche.

Sarebbe però un grave errore considerare Antonio Gramxi fideisticamente prigioniero della mitizzazione partitica. A una fase iniziale creativamente fervida, fortemente propositiva, fatta di elaborazioni indirizzi, valutazioni e scelte fortemente influenzate dalle tensioni del contingente e, perché no? dal radicalismo dei neofiti, è succeduta quella più feconda e pur creativa che, avvalendosi criticamente delle maturate esperienze, gli hanno consentito di dischiudere gli orizzonti del pluralismo politico considerato vitale prima e soprattutto nella dialettica interna allo stesso movimento comunista.

Sono testimonianza di questo processo fecondamente evolutivo non solo il Congresso di Lione ma altresì il dibattito interno aperto con i compagni del Partito comunista italiano, russo e internazionale. E questo suo bisogno di pensare e operare liberamente è all’origine del processo interno all’organizzazione partitica che pur amareggiandolo profondamente, non lo indurrà a cedimenti o accomodamenti dettati dall’opportunismo e soprattutto dalla precarietà labile ed oppressiva cui era costretto dalla condizione di carcerato.

Né il giudizio sui processi formativi del pensiero gramxiano può ovviamente prescindere dal contesto storico-politico del tempo che lo ha visto protagonista. Il modello di partito elaborato da Lenin ha indubbiamente costituito per Gramxi un punto di riferimento al quale ancorarsi saldamente in considerazione della comunanza ideologica, sociale e politica.

Ma credo che a condizionare il rigore geloso delle linee essenziali, in sofferenza di qualsivoglia devianza nel definire obiettivi, strumenti e organizzazione di lotta facenti capo al Partito, abbia contribuito lo stato di polizia ed il clima repressivo che il nascente fascismo andava diffondendo sino al suo definitivo affermarsi quale dittatura sullo stato (visto nel suo ruolo istituzionale) e sul paese (quale insieme di valori sociali, culturali e morali- spirituali o religiosi) che davano alla società italiana i fermenti vitali della sua creatività. Il progressivo oscurarsi di un tale orizzonte ha sicuramente influito nel formarsi Gramxi pensiero. Quantomeno nella fase iniziale.

Le riflessioni critiche successive, pur non sfiorando la visione globale di valori ideologici e obiettivi politico-sociali, hanno interessato ampliandola la dialettica intera, privilegiandone il confronto che per sua natura si apre ai contributi esterni ed in ultima analisi al pluralismo.

La grandezza di Antonio Gramxi cresce così per le vie molteplici dell’operare. Scrittore possente è, come pochi, capace di permeare le sue pagine di trepidazione, speranza e consapevolezza di un’umanità travagliata fra mille contraddizioni; protagonista creativo di progetto politico forte ed originale, vibrante di umanità, nitido negli obiettivi, razionale nell’elaborazione di strumenti e percorsi; testimone politico animato da incoercibile senso etico (sprezzante del moralismo di maniera) esprime il suo messaggio, con i toni caldi e severi dell’apostolato.

Rinunziando alla tentazione offerta dalla moderna esegesi storica che consente di ipotizzare il diverso eventuale percorso impresso agli eventi dall’attuazione delle proposte-critiche gramxiane, resta la grandezza del suo insegnamento costituito dai motivi fondanti del credo politico maturato nel rifiuto dell’ingiustizia; nella solidarietà incondizionata, attivamente partecipe ai problemi dell’umanità oppressa; nel valore della verità quale luce e guida del proprio sentire e agire; nella generosa donazione di sé per la liberazione dal dolore della grande famiglia umana.

E in questo lo sento sardista. Perché da questo lembo di terra operiamo (stavo per dire sogniamo) di dialogare col mondo per liberarci ed aiutare altri a liberarsi dal groviglio di ingiustizie che intralciano il cammino della storia.

 

Mario Melis