La zona franca come riscatto della Sardegna intervista di Filippo Peretti – La Nuova Sardegna – 28 novembre 1982

Cagliari — Il dibattito sulla zona franca in Sardegna si è improvvisamente riacce­so. Tre settimane fa il gruppo comunista al Consiglio regio­nale ha presentato una pro­posta di legge nazionale per l’i­stituzione nell’isola dei punti franchi. È di pochi giorni fa, inoltre, la notizia dell’iniziati­va del Cis, Confindustria e Camera di commercio di Ca­gliari che hanno costituito un comitato promotore che ha come obiettivo un nuovo re­gime doganale: un comitato scientifico, già al lavoro, dirà tra cinque o sei mesi se è preferibile la zona franca regio­nale o sono più efficaci i pun­ti franchi e predisporrà un nuovo disegno di legge.
Il Parlamento, che ha com­petenza in materia, ha già preso in esame una proposta legislativa, quella presentata dal sardista Mario Melis al Senato il 21 settembre 1978. Il testo venne approvato al­l’unanimità dalla commissio­ne interparlamentare per il Mezzogiorno, ma la fine anti­cipata della legislatura nel 1979 bloccò l’iniziativa. Lo stesso testo venne poi ripre­sentato alla Camera dai de­putati democristiani Raffaele Garzia e Felicetto Contu e in Consiglio regionale dallo stesso Mario Melis assieme ai com­pagni sardisti Carlo Sanna e Nino Piretta. Ne parliamo con Mario Melis.
«Il disegno di legge sulla zona franca — dice l’espo­nente del Psd’Az — risponde a un’esigenza politica di fon­do, quella di dare contenuti concreti all’autonomia regionale. È inutile dire che l’au­tonomia vede i sardi protago­nisti: lo possono essere solo disponendo dei mezzi finan­ziari e del governo dell’eco­nomia. E il governo dell’eco­nomia è possibile soltanto se la Regione dispone di uno strumento per orientare o sti­molare le attività produttive e l’occupazione con nuovi in­vestimenti».
Nel suo testo si parla an­che di un aspetto commer­ciale.
«Certo, la zona franca non è solo uno strumento per da­re contenuti reali all’autono­mia, ma dà anche impulso ai commerci, diventa una forza di attrazione verso la Sardegna delle correnti di traffico non solo mediterraneo. Per cui la Sardegna, da mercato marginale ed emarginato e quindi subalterno, divente­rebbe un grande mercato intercontinentale. Ecco perché, pur non diventando un sog­getto di diritto internazionale, la Sardegna con la zona franca sarebbe in contatto con culture, civiltà e sistemi politici diversi e di conseguenza essa crescerebbe nel conte­sto umano».
Quale tipo di economia vi sarebbe con la zona franca?
«Intanto va subito precisa­to che la mia proposta non prevede un’estensione di franchigia indiscriminata per industria, commercio e con­sumo, perché tutto questo va governato da una commissio­ne permanente che deve te­ner conto delle vocazioni produttive e della necessità di trasformare la Sardegna non in elemento si scontro con altre economie del mer­cato comune, ma in strumen­to del mercato comune, quin­di un punto di raccordo tra l’economia occidentale euro­pea e il resto del mondo, come avviene per Amburgo, Rot­terdam, Anversa sempre in Europa, e per altre grandi a­ree di impulso e sviluppo e­conomico che assolvono a questo stesso ruolo in altre parti del mondo».
Presentando la sua legge parlò di Sardegna come punto d’incontro tra l’Euro­pa e l’Africa settentrionale e il Medio Oriente.
«Vedo la zona franca come la soluzione ideale per i com­merci transoceanici dell’Europa e del bacino mediterraneo, cioè come un terminal della navigazione transoceanica. Le grandi navi non pos­sono fare il giro di tutti por­ti, hanno bisogno di scaricare caricare o ripartire subito. La Sardegna può diventare il punto di raccolta e di irrag­giamento. Per fare ciò la Sar­degna, data la sua posizione centrale nel Mediterraneo, a­vrebbe maggiori possibilità di esser scelta offrendo benefici doganali: se le merci da smi­stare dovessero essere sdoganate, non ci sarebbe più al­cuna convenienza economica. E la zona franca si presta an­che allo stoccaggio».
Perché, secondo voi, il Parlamento dovrebbe accet­tare la proposta? La crisi è presente anche nel resto del Meridione. E sufficiente la specialità della Regione?
«Non so sia sufficiente. So però che il governo commet­terebbe un gravissimo errore e non accettare questa nostra legittima richiesta. Per altre regioni meridionali, data la continuità territoriale col re­sto del continente, è possibile risolvere i problemi economi­ci e del sottosviluppo intensificando i traffici con una via­bilità moderna. Per la Sarde­gna, data la sua insularità, questi problemi devono essere risolti in maniera originale.»
È allora un problema solo economico o anche politico?
«Non è solo un problema economico e il governo, non accettando la proposta, commetterebbe un errore gravissimo perché la zona franca serve per far emergere la nostra specialità. Siamo una realtà diversa, per cultura ed etnia, dobbiamo trovare il modo di esser nel contempo sardi e italiani. Se ci viene negata questa possibilità siamo spinti a trovare elementi di contrasto e di rottura. »
Qual è il suo giudizio sui punti franchi?
«Sono un errore catastrofico, servono a dividere i sardi. Non posso giudicare la legge presentata dal Pc non conoscendola ancora nel dettagli, ma sì che i punti franchi sono una minaccia micidiale all’unità dei sardi perché si traducono in un particolare favore per i centri messi in franchigia doganale, dove si svilupperebbero le attività produttive assorbendo la forza lavoro delle zone interne, nelle quali si avvierebbe un processo di desertificazione. I punti franchi sono poli di sviluppo con il deserto intorno. Ma perché, dico io, creare tanti problemi quando siamo appena un milione e mezzo di abitanti, cioè meno di una grande città?»
Ma si sostiene che la zona franca regionale offre anco­ra meno garanzie per le zo­ne interne, in quanto la for­ze spontanee del mercato sceglierebbero solo le aree migliori e sarebbe impossi­bile qualsiasi intervento di sostegno per le zone più svantaggiate.
«Non è affatto vero. Perché se non si creano le condizioni dello sviluppo economico, così come si diserta la zona franca così si disertano i pun­ti franchi più svantaggiati per scegliere i migliori. Se è vero che i porti sono le aree franche d’elezione, gli opera­tori si metterebbero lì diser­tando le zone interne. Il che non è vero. In Austria alcune zone franche hanno determi­nato uno sviluppo, impossibi­le secondo la visione di alcu­ni, perché lontano dalle gran­di città e dal mare. Una zona è passata da zero a ottomila occupati con la creazione di ottocento fabbriche in pochi anni».
La proposta comunista vi trova quindi nettamente contrari.
«Ma cosa sarebbe la Sarde­gna con i punti franchi? Ogni area avrebbe la linea dogana­le vigilata da grandi forze di polizia per non far passare la merci in regime di esenzione fiscale. Ci sarebbero il con­trabbando all’interno della Sardegna».
Se la Regione non è in grado di vincere la batta­glia con lo Stato sul titolo terzo dello statuto, cioè l’autonomia finanziaria, o sul­la continuità territoriale, non è un’utopia pensare al­la zona franca?
«La Sardegna deve smet­terla con tutti questi proble­mi assistenziali, perché tanto non la spunta. Dobbiamo riu­scire a crearci strutture auto­nome. Siamo sconfitti perché chiediamo assistenza. Se i sardi saranno uniti…».
Se i sardi saranno uniti?
«Certo è che tutto diventa più difficile se grandi partiti come il Pci o come la Dc, che non si è ancora pronunciata ufficialmente, non appoggia­no la nostra proposta o ci contrastano. Ma l’opinione pubblica si sta orientando. U­na volta che il popolo sardo sarà unito non c’è forza che ci possa contrastare, altri­menti dobbiamo sancire il principio che le minoranze hanno sempre torto. Il che non è vero, le minoranze vin­cono se si sostengono cose giuste».
I vostri oppositori dicono che raccogliete consensi perché proponete la zona franca anche al consumo: la gente spera così di pagare meno la benzina, le sigarette…
«Non è per questi motivi. L’associazione degli indu­striali non è fatta di consu­matori ma di produttori. Gli emigrati che nelle loro as­semblee hanno ripetutamen­te chiesto che il Consiglio re­gionale assuma la zona fran­ca come primo punto della sua politica, non lo fanno per risparmiare qualcosa quando vengono in Sardegna in va­canza, ma perché la zona franca è per loro l’unica prospet­tiva di ritorno. Non proponia­mo la zona franca per la ben­zina o le sigarette, ma per da­re finalmente in mano ai sar­di uno strumento di svilup­po».
Riprenderete la battaglia cercando consensi tra le al­tre forze politiche?
«Certo, anche se bisogna stare attenti ai facili consensi, che tendono ad addormenta­re la lotta, così come è suc­cesso per l’autonomia. Il Psd’Az, che non ha condizio­namenti a Roma, riproporrà con forza la sua iniziativa».