Convegno internazionale – Il diritto dell’autodeterminazione per una costituzione della Repubblica italiana nell’Europa dei popoli

Il Federalismo
Relazione dell’ avv. Mario Melis, Deputato al Parlamento Europeo

Cagliari, 26-27 Ottobre 1991 – Sala Congressi Hotel Regina Margherita

Ricco e luminoso è l’itinerario del pensiero federalista, dalle sue origini filosofico-politiche di E. Kant,, Proudon ed altri, agli esponenti della politica militante, dai girondini francesi ai laico-repubblicani e federali-cattolici italiani (basterà ricordare per tutti Cattaneo e Gioberti) e, prima ancora dei federalisti nord americani testimoniati dalle pagine di Hamilton Yai e Madison.
Un particolare pensiero vorrei dedicare al vigoroso contributo dato all’elaborazione federalista da insigni politici sardi, di questo e dello scorso secolo da Tuveri a Bellini da G. Asproni a Lussu.
Proporsi oggi un progetto di stato federale comporta il ripensamento critico del processo formativo dello “Stato nazionale”, alla cui origine hanno di certo contributo alcuni grandi eventi storici.
La rivoluzione francese, cancellando la vecchia classe dirigente costituita dall’aristocrazia – che monopolizzava con il Sovrano tutto il potere politico, economico e culturale – ha spalancato le porte della vita pubblica alla partecipazione protagonista del popolo.
L’impetuoso trasformarsi delle strutture sociali che, ne è conseguito, l’emergere di nuovi valori, modelli di comportamento e dinamiche economiche, sconvolgendo le pietrificate architetture preesistenti, ha messo definitivamente in crisi lo stato fondato sul potere assoluto del sovrano ed ha posto nel contempo il problema della sua trasformazione.
La rivoluzione industriale – e con esso il progresso tecnologico – ha impresso una vigorosa accelerazione allo sviluppo, dinamizzando i rapporti sociali, suscitando nuovi bisogni, professionalità e consumi, servizi e cultura. Ma, soprattutto, ha dilatato gli orizzonti richiesti dalla vocazione inarrestabile all’internazionalizzazione della produzione industriale.
Ma la divisone politica fra gi Stati, costituendo ostacolo e comunque forte condizionamento all’espandersi sui rispettivi mercati delle produzioni estere, chiamava i Governi ad una politica di chiusura che in nome dei supremi interessi nazionali, definiva ben presto i nuovi connotati dello Stato. Sollecitato per altro dall’esigenza di coordinare e disciplinare i processi di sviluppo innescati dalla rivoluzione sociale ed economica Io Stato avocava a sé nuovi e più incisivi poteri finalizzati in parte a soddisfare e rendere fra loro compatibili i bisogni suscitati dai grandi cambiamenti in atto, ma soprattutto ad affermare la propria egemonia in campo internazionale, o a contraltare quella politico-economica di altri.
La crescente concentrazione di poteri ai vertici dello Stato, motivata da esigenze di ordine interno e di sicurezza internazionale, capovolgendo la genesi stessa del suo costituirsi, da momento di servizio e di mutua solidarietà – resa ai cittadini ed ai popoli che ne legittimano la forza, si trasforma in un controllare imperioso ben più determinato nell’esigere lealtà e sudditanza.
Per rendere più sicuro tale disegno monopolizza l’insegnamento scolastico i cui programmi sono chiaramente volti a spegnere progressivamente la luce delle diversità modellando un cittadino indottrinato nella cultura monocorde dominata da un enfatico patriottismo i cui fini reali sono però volti a puntellare il potere di chi centralmente lo gestisce.
Il modello di Stato Nazionale si caratterizza così per la forte competitività che lo contrappone agli altri in una logica di potenza prevaricante che sconfina tanto nel minaccioso quanto nel precario. Arma a tal fine l’esercito imponendo di norma, la coscrizione obbligatoria a cittadini preparati dalla scuola a diventare dei fedeli soldati.
In questa corsa sfrenata tesa ad affermare la propria potenza, o a difendersi da quella degli altri, si inserisce il ricorso alle barriere doganali, sino alla loro esasperazione finale dell’autarchia.Poco rileva che i popoli non abbiano così accesso alle produzioni migliori ed a costi minori.
Lo Stato nazionale non conosce solidarietà né interna né internazionale. Quando gli equilibri di questi sono compromessi è ineluttabile lo scontro armato: la guerra. Si conferma così la natura pre-giuridica dei rapporti Internazionali regolati non già da norme ed ordinamenti, ma solo da rapporti di forza.
A dirimere le controversie fra Stati è quindi il potenziale militare utilizzato per scoraggiare o sconfiggere, non chi ha torto, ma più semplicemente, il più debole. Questo è l’equilibrio del terrore.
Ma anche al suo interno lo Stato nazionale si ispira agli stessi criteri di forza: si affermano gli interessi emergenti che in genere si identificano con quelli dei gruppi di potere espressi dall’etnia dominante con il risultato di emarginare ed opprimere le etnie minoritarie degradate a ruolo di colonia.
Ben modesti sono i risultati ottenuti dalle Istituzioni di tipo confederale create dagli Stati per prevenire ed impedire gravi e plateali ingiustizie a danno di cittadini o di popoli.
La Società delle Nazioni, a suo tempo, oggi l’ONU, il Tribunale per i Diritti dell’Uomo, la corte di Giustizia istituita con il Trattato di Roma, sono sostanzialmente prive di potere cogente che si impongono in virtù di sovranità all’adempimento degli Stati che pure hanno concorso a dar vita a tali Istituzioni.
L’elenco delle sentenze ineseguite è tanto numeroso quanto inutile. All’origine di un equilibrio così precario sta la dottrina sovranità indivisibile. Lo Stato Nazionale riserva alle sue Istituzioni di vertice, Governo e Parlamento, la maggior somma dei poteri sia esecutivi che legislativi, lasciando alle istituzioni locali competenze residuali di natura eminentemente amministrativa.
A ben guardare però anche le garanzie connaturate alla divisione dei poteri legislativo ed esecutivo è ben più apparente che sostanziale.
Sono infatti le Segreterie politiche dei Partiti a decidere quali leggi il Parlamento dovrà poi approvare o respingere ed il Governo eseguire.
I rappresentanti parlamentari, salvo apprezzabili ma irrilevanti eccezioni individuali, vengono di norma espropriati dai vertici dei rispettivi Partiti di qualsivoglia autonomo potere decisionale, e con essi, il popolo. Sì nega così nei fatti la legittimazione primigenia della democrazia parlamentare fondata sulla sovranità popolare.
È da osservare che a scrivere il copione di tale intreccio sono, salvo le tesi sostenute, tanto i Partiti della maggioranza che dell’opposizione. In un tale contesto il potere giudiziario perde rilievo e si allinea fra le altre amministrazioni dello Stato. E quanto più tale prassi è dura e repressiva tanto maggiore è il degrado complessivo della società. Certo, accanto a frustrazione e demotivazione, si diffonde anche uno spirito resistenziale che attende solo l’occasione per esplodere.
Le opportunità, pur infrequenti nel breve periodo, non mancano però agli appuntamenti della storia. L’esperienza illuminante e drammatica vissuta dai popoli imprigionati dalla dittatura sovietica, come quella dei Paesi Balcanici ne sono una testimonianza di incontrovertibile significato. Poco rileva che tanto i popoli sovietici che quelli jugoslavi facessero parte di Repubbliche Federali, perché, se pur vero all’origine, l’iniziale foedus è stato così violentemente snaturato dalla dittatura da ridursi ad un ironico nomen juris.
Va però rilevato in proposito Io scarso rilevo che assume il regime politico dello Stato Nazionale: liberali o socialisti, comunisti o cattolici sono accomunati dalla logica di potere e di potenza.
Per tutti vale il principio del conformismo unitario nel quale pluralismo istituzionale e diversità sono riguardate con sospetto e considerate elemento di instabilità disgregante e minaccia incombente alla sopravvivenza dello Stato.
Parlare politicamente di diversità significa parlare di popoli: comunità piccole o grandi (poco rileva), in rapporto con un territorio ben identificato unite da comuni interessi, esperienze storiche, tradizioni, usi, costumi, cultura e – talvolta – lingua. Popoli che hanno dato vita a processi di sviluppo, valori-etici, rapporti interni ed esterni che fanno soggetti unici ed irripetibili nella storia delle umane civiltà.
L’Italia ne è un esempio emblematico. Grandi e piccole comunità di tradizione, cultura ed economia Mediterranea, pur tra loro diverse, convivono con altre di tradizione cultura ed economia Mitteleuropea.
Realtà travagliate da diseguali ritmi di sviluppo, ambiente, cultura, tradizioni, costrette a subire modelli di Amministrazione, meccanismi finanziari, normative fiscali e modelli culturali disegnati su un modello ottimale, meccanicamente imposto a tutte le altre.
Questo ha ovviamente favorito la crescita di quelle Comunità assunte a modello dal legislatore bloccato, disincentivato, respinto nel sottosviluppo tutte le altre. Le due “Italie” (a ben guardare sono ben di più) preesistevano all’unificazione dello Stato e profonde erano le loro diversità.
Per comprendere le distorsioni che può imprimere lo Stato Nazionale alla crescita globale delle sue popolazioni il caso italiano è illuminante. Si afferma, ma io credo a torto, che l’Italia del Nord registrasse prima dell’unificazione indici di sviluppo più vigorosi che al Sud.
Pur favorito da una buona amministrazione, la sottomissione del Lombardo- Veneto all’Austria ne aveva bloccato lo sviluppo industriale alle filande di Renzo Tramaglino mentre nel Sud già operavano gli altiforni, i cantieri navali, la ferrovia (assenti al Nord) ma soprattutto era presente un fervido movimento culturale che faceva di Napoli l’unica città internazionale d’Italia.
La verità è che negli Stati nazionali il potere reale gestito dai ristretti gruppi dirigenti trova la sua base di forza nell’etnia dominante.
È avvenuto perciò che in regioni nelle quali si moriva di pellagra per denutrizione, attraverso la politica dello Stato, si sono realizzate grandi opere pubbliche, ferroviarie e stradali, imponenti reti d’irrigazione, regimazione di corsi d’acqua, opere igienico- sanitarie ed infrastrutture industriali, scuole di ogni ordine e grado, ma, soprattutto barriere doganali per proteggere la nascente industria finanziata da capitale mitteleuropeo, sopraggiunto in forze per sfruttare il nuovo importante mercato apertosi con la costituzione del Nuovo Stato.
Tutto questo avveniva al Nord mentre al Sud si mandava l’esercito a compiere operazioni di polizia contro fermenti ribellistici e malesseri sociali sempre più diffusi.
Il Sud è diventato così mercato di consumo delle produzioni industriali realizzate al Nord, serbatoio di mano d’opera per calmierare i salari e così colonia interna alla quale riservare solo le produzioni di materie prime: da quelle agricole ai prodotti lattiero caseari e forestali, dal sale sino ai minerali dei giacimenti prevalentemente sardi.
A completare l’opera devastatrice dell’economia meridionale è stata l’estensione a tutta Italia del sistema fiscale piemontese con imposte fondiarie correlate non già alla produttività ed al reddito ma solo all’estensione dei terreni. L’economia del Sud e delle Isole è andata così rapidissimamente decadendo mentre cresceva quella del Nord.
A nulla sono valse le denunzie di alte personalità e studiosi che, senza fare piagnisteo, si facevano carico dei problemi di un’unità nella quale credevano; sono stati rapidamente isolati ed estromessi dai circuiti del potere all’interno di quelle stesse forze politiche nelle quali militavano. Imprenditoria e sindacati operai del Nord trovavano su questo piano una salda intesa cui dava manforte la complice connivenza dei latifondisti meridionali ancora immersi nella cultura feudale che ne testimoniava il ruolo parassitario.
Né con l’andare dei decenni la logica dello sviluppo ha subito reali correttivi.
L’enfatizzato trasferimento attraverso lo stato di grandi somme prodotte dall’imprenditoria settentrionale del Nord al Mezzogiorno è del tutto apparente e per certi versi piratesco.
Con la Cassa per il Mezzogiorno, piani ed interventi straordinari, Leggi per la Calabria ed altre particolari forme di finanziamento sono state erogate risorse finanziarie agli operatori economici meridionali per acquistare macchine operatrici e tecnologie fornite dalle industrie del Nord.
I capitali quindi nel Sud facevano breve transito per venire immediatamente ritrasferiti all’apparato industriale e finanziario del Nord che vedeva così ampliarsi ed irrobustirsi la sua base produttiva, Commesse per migliaia di miliardi, pagate in larga misura dallo Stato, ma anche dal risparmio meridionale tributate alla produzione industriale del Nord. Anche le grandi opere pubbliche, endemicamente incompiute e solitamente male eseguite, venivano, ed ancora vengono, di norma, affidate alle grandi imprese che hanno la loro sede sociale nel Nord o, quando questo si rende necessario, ad imprese “allodola”, con sede sociale nel Sud, i cui capitali sono rigorosamente controllati e drenati dalle aziende madri saldamente radicate al Nord.
Un sistema questo che impedisce il formarsi di una moderna classe imprenditoriale, l’accumulazione del capitale, i reinvestimenti, il progresso.
Il distacco crescente fra Nord e Sud ha in questo impianto dello Stato la causa primigenia; ingeneroso ed ingiusto è ipotizzare l’inettitudine razziale di cittadini travagliati da mali antichi cui la politica dello Stato non ha posto mai rimedio.
L’esempio più tragico è testimoniato dall’incapacità di liberare le popolazioni di Sicilia, Calabria e Campania dalla lebbra della criminalità organizzata: viene il sospetto che tutto ciò sia sfruttato strumentalmente per istituzionalizzare l’emarginazione e l’assistenzialismo per mantenere nella subalternità cittadini condannati alla sudditanza dei notabili locali in continua zuffa fra di loro per contendersi i pochi spazi di cui dispongono. Il Sud ha sempre esportato materia prima: la più importante quella umana.
Prima fra tutto quella intellettuale al servizio della Pubblica Amministrazione; non meno imponente e lacerante la diaspora di quella bracciantile, passata coattivamente dal mondo contadino del Sud a quello operaio Nord americano, italiano e mitteleuropeo ove sono stati isolati, di norma, nei ghetti delle periferie urbane delle città industriali.
È così avvenuto che nel medesimo contesto temporale al Nord si celebrava il miracolo economico, al Sud si registrava uno dei più convulsi ed infausti movimenti migratori del nostro tempo. Ineluttabile ne deriva la crisi dello Stato non più governabile a causa delle profonde divaricazioni che ne contrassegnano l’instabile convivenza.
Il Nord – assimilata e metabolizzata la cultura dello sviluppo -resa possibile anche dal contestuale sottosviluppo del Sud – punta a liberarsi di questo ed a stringere nuove o più proficue alleanze con le Regioni mitteleuropee insieme alle quali ha diviso il miracolo economico e con le quali appresta strategie nuove per difendersi dalla crisi riflusso.
Si spiegano così le manifestazioni di intolleranza verso gli alieni, meridionali o del Terzo mondo, ma soprattutto si comprende il chiudersi all’interno di un’ipotizzata Istituzione di Governo alla quale far partecipare soltanto le Regioni del benessere, della piena occupazione, degli alti redditi, lasciando che i meno ricchi ed i poveri(al cui sottosviluppo si è vigorosamente contribuito) se la sbrighino da soli, dando vita ad istituzioni cui affidare il Governo della solitudine.
Ecco, questo è lo Stato nazionale: uno Stato nel quale è sconosciuta la solidarietà Istituzionale, dominato da interessi prevaricanti che ormai non hanno più bisogno neppure del pudico patriottismo per meglio coprire e mascherate gli interessi economici che ne sono il reale motore.
Un ruolo specifico ha finito con l’assumere in tale direzione il sistema bancario, ancor oggi dei circa diecimila miliardi costituenti il risparmio sardo, ottomila prendono la via del Nord e solo duemila vengono reinvestiti in Sardegna. Un regionalismo siffatto è l’esatta antitesi del federalismo.
Quando nel 1921 – 70 anni fa – si costituì il PSD’A, il suo messaggio non fu né di rottura né di disimpegno dallo Stato e, men che mai, di postulante lamento per l’emarginazione subita dalla colonizzazione piemontese prima e da quella italiana poi, ma si definì più semplicemente nella proposta di rifondazione dello Stato su base federalista individuando nelle regioni storiche, quale momento aggregante e distintivo delle profonde diversità esistenti nel nostro Paese, i soggetti protagonisti di una nuova civiltà democratica.
L’intento sardista era quello di promuovere un movimento che coinvolgesse tutte le realtà italiane mobilitando le popolazioni per un’azione tesa a riappropriarsi dei diritti naturali di cui erano state spogliate dalla politica dei Governi e dare così vita ad istituzioni regionali capaci di esprimere interessi, valori, istanze, capacità creative e di Governo delle rispettive Comunità fra loro legate da vincolo di solidarietà federale.
Proponeva insomma il superamento del falso principio della sovranità indivisibile.
In questa prospettiva tutti i poteri sarebbero stati riservati alle Regioni salvo quelli che per vastità e natura dell’impegno avrebbero comportato un orizzonte attuativo e risorse ben più ampie di quelle regionali.
Nel moderno linguaggio della Comunità Economica Europea un tale concetto viene definito principio della “sussidiarietà”. L’ottica è però rovesciatola i poteri dovrebbero concentrarsi negli Stati, delegando all’autorità comunitaria ed alle Istituzioni locali poteri residuali ed attuativi.
Campione di questa linea è l’On. Giscard D’Estaing, fedele interprete della tradizione giacobina, centralista ed unitaria, dello Stato francese. Questa sta purtroppo diventando la linea del Parlamento Europeo che ben raramente si discosta dagli indirizzi elaborati (sarebbe meglio dire impartiti) dal Consiglio dei Ministri dei Dodici stati.
La verità è che questi sono ben poco federalisti e guardano con estrema diffidenza al definirsi di una sovranità sovranazionale che si imponga con i suoi poteri cogenti ai loro comportamenti. Sembrano piuttosto orientati a dar vita ad una “Confederazione” che – pur priva di sovranità propria – costituisce comunque una sede permanente di confronto e di possibile intesa. Una evoluzione così timida e travagliata della Comune Casa Europea trova la sua naturale genesi nella estromissione del popolo dal Governo dei rispettivi Stati.
Solo la Repubblica Germanica è in grado di cogliere con sensibile tempestività le istanze emergenti dalle diverse realtà nelle quali si articola il Paese, di dar voce in sede europea ai democratici rappresentanti del Lander ai quali è riservato un potere di veto in virtù del quale possono in qualsivoglia momento bloccare la definizione di un nuovo trattato internazionale ove ritenuto lesivo degli interessi vitali delle Comunità rappresentate.
Ciò è reso possibile dalla organizzazione costituzionale della Repubblica Tedesca fondata sul principio della doppia sovranità che riserva al potere centrale le fondamentali decisioni in materia di sicurezza, di economia, di politica estera mentre riconosce alle Regioni autonomi poteri legislativi e di organizzazione amministrativa capaci di coinvolgere e responsabilizzare le masse popolari divenute così protagoniste prime nella costruzione del loro futuro.
È ovvio che al potere centrale sono riconosciute competenze volte a dare
compatibilità e sinergie all’operare dei Lander e questi sono i primi assertori della politica di solidarietà che costituisce il punto di forza della civiltà democratica della moderna Germania.
Una civiltà fondata sul consenso e non sulla gerarchia. L’esempio più luminoso, i popoli Tedeschi lo hanno offerto nelle autonome iniziative assunte dai Lander della Germania Occidentale sostegno di quelli della Germania Orientale, rientrati nell’originaria famiglia germanica. Ma ciò si deve in larga misura al fatto che gli stessi Lander sono responsabili della politica nazionale gestita dal Governo perché partecipi del potere legislativo attraverso il Reich Stadt (quello che noi chiameremmo Senato delle Regioni).
Un federalismo che esprime solidarietà interna ai più alti livelli e costituisce perciò momento di forza nel sereno convivere di popoli diversi all’interno della stessa statualità.
Ma un tale progresso, pur rilevante, non risolverebbe i problemi della sicurezza se non riusciremo a portare il discorso federalista in sede internazionale.
Per sconfiggere definitivamente i grandi contrasti che hanno armato gli eserciti degli Stati Europei dobbiamo trasformare il nostro Continente in una Casa Comune dotata dì potere sovrano nell’ambito e nei limiti di quelle materie essenziali per dare coerenza ed efficacia all’azione dei popoli dal Mediterraneo ai mari del Nord, dall’Atlantico e, come si auspica agli Urali; costituiscono questi l’enorme potenziale creativo delle diversità animate, illuminate da culture, tradizioni, esperienze storiche che, così profondamente vissute, sofferte ed amate da costituire patrimonio irrinunciabile dell’Umanità.
Unione Politica Europea quindi per riscattare il continente dalla pesante colonizzazione economico-politica, esercitata in misura crescente negli ultimi 40 anni dagli Stati Uniti e, più di recente, dall’impetuosa avanzata delle economie dell’Estremo Oriente.
Unione politica che, superando la logica degli Stati Nazionali, si legittimi con il consenso attivo dei popoli attraverso le Istituzioni che questi, in forme ed aggregazioni diverse, saranno chiamati a darsi.
In un tale contesto perderanno gran parte del loro significato le vecchie frontiere e saranno ben possibili ed anzi incoraggiate intese fra Regioni anche di Stati diversi fra loro complementari.
In questa Casa Comune diventata oasi di pace e di serena convivenza avrà ben scarso significato la secessione di Regioni che ritenessero per loro conveniente non farne più parte visto che la strenua e bellicosa difesa dell’integrità territoriale era ed è ancora determinata più che da sentimenti di amor patrio dal ruolo strategico del territorio.
I popoli devono poter contare su poteri decisionali loro propri che si riassumono in un concetto tanto forte quanto semplice: “auto determinazione”. Non accettano più di essere oggetto passivo di storia ma reclamano legittimamente un ruolo protagonista responsabile delle grandi scelte attraverso le quali, nell’operare fervido dell’oggi, si costruisca, giorno dopo giorno, la civiltà del domani.
Lo stesso Parlamento Europeo dovrà esprimere – accanto ad una Camera eletta dai cittadini e rappresentativa dell’orientamento di questi una seconda Assemblea rappresentativa delle Istituzioni e cioè dei Popoli. E la Corte di Giustizia, cui le regioni dovranno poter accedere senza alcuna intermedi azione statale dovrà esprimere nella sua composizione il concorso attivo e paritetico di stati e Regioni. Istituzioni legislative e costituzionali che dovranno trovare la loro attuazione in primis nello Stato.
Così in sede Europea si dovrà elaborare una legge elettorale che faccia sintesi e coerenza democratica unificante.
Nel concludere: Saluto con fervida speranza i rappresentanti di quelle minoranze etniche che danno senso e significato al nostro impegno e le sento vicine nel ricordare con orgoglio ed affetto i giovani assertori di una nuova e più civile democrazia che diedero vita al primo Partito di massa che in sede regionale ha lanciato un messaggio di solidarietà, di pace, di libertà, non di lamentazione, non di egoismo e men che mai di localismo.
Erano gli eroici sopravvissuti al tragico bagno di sangue della I° guerra mondiale: gli eroi della Sassari, iI loro messaggio non riecheggiava sinistri rombi di guerra; era un messaggio di libertà, di democrazia, di pace; parlava di regionalismo internazionalista; voleva il fiorire di una cittadinanza europea nella quale ritrovarsi non per combattere ma per lavorare insieme.
Questo dicevano quei giovani maturati nel dolore tragico della guerra 70 anni
fa; questo noi riaffermiamo con forza e determinazione convinti che la luce che si irradia da tanto ideale non porta alla suggestione dell’utopia ma ai sicuri traguardi della storia.