Discorso del Presidente della Regione on. Mario Melis al XXII Congresso nazionale del P.S.d’Az.

Discorso del Presidente della Regione on. Mario Melis al 22° Congresso nazionale del Psd’Az (1986)

Io penso che il pericolo maggiore cui va incontro un politico e, in fondo, la classe politica, sia quello di abbandonarsi agli slogan, alle frasi fatte, senza dubbio utili per lanciare messaggi, per riassumere,in sintesi, concetti complessi, ma inidonea, a proporre, da sole, un serio, articolato e razionale programma politico con gli slogan si rischia la mitizzazione miracolistica scoprendo poi che «disponiamo solo di scatole vuote.
Frasi quali “la Sardegna può fare da sé” o “sviluppo autopropulsivo”, “terziario avanzato” e così continuando non portano lontano non portano in nessun luogo. Meglio, in umiltà calarsi nei problemi per coglierne la genesi profonda, individuando i nodi più difficili ed impostare poi(discorsi di prospettiva. Non ci sono consentiti slogan in una situazione quale quella che la
Sardegna sta vivendo: una stagione di crisi che gli studiosi definirebbero molto figurativamente “economia del gambero”.
Fino agli anni Settanta evidenziava infatti una crescita costante caratterizzata da un incremento di reddito che si attestava nel 18% in più rispetto allealtre regioni meridionali e pari all’80% del reddito medio nazionale. Nel corso degli anni, nel breve volgere degli anni dal 1971-72 al 1983 si registrato un calo crescente divenuto rapidamente un crollo verticale.
Il rapporto reddito sardo — reddito meridionale dal 18% è sceso a + 7% mentre nei confronti del reddito nazionale, si calati di ben 7 punti precipitando al 73°. Una crisi che aveva la sua genesi nel precedente sviluppo; uno sviluppo febbrile determinato dal fuoco fatuo dell’industria petrolchimica, che aveva tumultuosamente impennato – gli indici dello sviluppo senza sostanzialmente coinvolgere però la società sarda e tutte le sue strutture produttive; era fatale che nel momento in cui è entrata in crisi la petrolchimica, è entrata in crisi l’economia sarda. Ma ciò che più caratterizza la drammatizzazione della crisi è che al venir meno di questa importante fonte di reddito del prodotto interno lordo e, quindi, come vedremo, dell’occupazione, ha fatto riscontro uno scompensato rapporto tra importazione ed esportazione essendosi registrata un’eccedenza di importazioni rispetto alle esportazioni. Ed è qui che troviamo la fabbrica della disoccupazione. La disoccupazione non nasce come un fenomeno misterioso che precipita dalle sfere di lontananze stellari, ma ha origine, nei fatti dell’economia. Quando si importa più di quanto non si esporti, si consuma più di quanto si produca, si scatenano sul piano economico effetti devastanti con riflessi gravissimi sul corpo sociale. No, la crisi non nasce in questi giorni, in questi mesi e neppure in questi anni; ha origini lontane e sono strutturali. Dobbiamo prenderne coscienza, piena consapevolezza senza rifugiarci negli slogan, nelle frasi fatte delle sterili tavole rotonde destinate a rimasticare l’inutile. Con gli slogan non fronteggiamo la crisi, e meno che mai la superiamo. Oggi l’indebitamento sardo si aggira sui 200 miliardi.
Non situazioni nate né oggi né ieri ma maturate nel tempo, penetrate progressivamente nelle fibre del corpo sociale, aggredendone la vitalità, intossicandola, avvelenandola, stremandola in una debolezza senza difesa. Certo, cogliamo anche segni positivi, quali l’ulteriore sviluppo del settore turistico che vede – anche per parziale effetto inflattivo – ma certamente per crescita reale dell’intero comparto un incremento, tra il 79 e l’83, da 220 ad 600 miliardi.
Le rimesse degli emigrati che concorrono ad ingrassare i trasferimenti esterni verso la Sardegna, si attestano su un cifra ferma da anni circa cento miliardi.
Parlare allora di sviluppo auto propulsivo è soltanto una frase fatta cui non corrisponde alcun meccanismo capace di ridare vita e vitalità, vigore e prospettiva alla nostra economia; sì quando noi abbiamo assunto la responsabilità del Governo eravamo vicini al 20% della disoccupazione: un lavoratore su cinque disoccupato.
Dobbiamo anche a mio avviso esaminare e valutare, come l’occupazione si configura con una flessione netta nei settori tradizionali dell’industria, della agricoltura mentre il terziario ha ormai raggiunto il 60% degli occupati; badate: non il terziario avanzato, non il terziario della tecnologia più sofisticata più moderna, quella che ci avrebbe portato nell’era post-industriale, non disponiamo del terziario più generico che ci lascia nella fascia del sottosviluppo. Dobbiamo allora chiederci dove individuare le cause di questa crisi che abbiamo già detto deriva in parte dalla crisi petrolchimica, nella smobilitazione di attività produttive che altrove è diventata riconversione e ristrutturazione ma che da noi si è tradotta in mutilazione industriale con il trasferimento di attività industriali competitive sul piano economico che sono state abbandonate dai Manager delle PP.SS. in Sardegna, sono state allocate in altre contrade del Paese; potrei citare in proposito significative e numerosi esempi. Continuando nella nostra analisi individuiamo nelle politiche congiunturali altre rilevanti cause di crisi del Governo, per sconfiggere l’inflazione è ricorso a provvedimenti restrittivi del credito a defatiganti procedure per acquisto all’estero di materie prime, a riduzioni generalizzate della spesa pubblica riducendo gli investimenti ed i trasferimenti nella nostra isola adottando cioè strumenti finanziari che accettabili in economie ad alto indice di produzione, occupazione, consumi e flussi finanziari, sono semplicemente suicide in un’area economica come la nostra che denunzia carenze di circolante e vede arrestarsi o comunque perdere di competitività quelle industrie di trasformazione fondate nell’importazione delle materie prime.
Si è adottata una terapia anticongiunturale identica per le aree povere e senza lavoro (che dovevano se mai essere incentivate) e per quelle pletoriche che soffrono di mali opposti. Ulteriore motivo di aggravamento della crisi va individuato nella cronica inefficienza dell’apparato governativo, nei gravi ritardi di questo nello stesso momento in cui però lo stesso apparato più per forza di poteri burocratici che politici, espone le sue sfere di competenza espropriandone dei relativi poteri e funzioni l’Istituto Regionale. Va registrato per altro un drastico ridursi degli investimenti pubblici in Sardegna e quindi una netta contrazione dei volumi finanziari della nostra economia.
Commetteremmo però un errore imperdonabile se non ci interrogassimo sul nostro modo di fare autonomia o più semplicemente amministrazione; se non indagassimo sulla parte di responsabilità che ricade su di noi nel prodursi della crisi della sua globalità.
Ebbene, amici sardisti, salvo il coraggioso tentativo (presto abbandonato), seguito al varo della 1° legge di rinascita, dobbiamo purtroppo constatare che in tutti questi lunghi anni abbiamo operato in assenza di un reale programmazione che fissasse obiettivi coerenti agli interessi sardi.
L’autonomia regionale è stata gestita nella logica del giorno per giorno, storditamente in un procedere discontinuo, contraddittorio, scollegato dai traguardi che, al di là delle fra si fatte, ma vuote di contenuti e di elaborazione, avremmo dovuto perseguire. Non sono stati realizzati i necessari strumenti organizzativi per produrre la necessaria progettualità e neppure l’ordinaria gestione. Abbiamo camminato nell’ultimo decennio con l’apparente convincimento che la situazione fosse statica, immutabile, insuscettibile di essere modificata e sconvolta dalla dinamica economica. Ecco perché al momento delle difficoltà ci siamo trovati disarmati, sempre più deboli, senza approfondimenti culturali, senza analisi, senza indagini, privi della necessaria conoscenza dei fenomeni macroeconomici di ampiezza mondiale, Europea, Mediterranea, Italiana, ma che dico?, neppure sarda! La nostra solitudine, amici sardisti, l’emarginazione, non nascono esclusivamente dall’insularità, ma da un isolamento che trova, in certa misura anche noi corresponsabili. Non abbiamo colto che certo sviluppo del nostro paese si estende automaticamente a noi; anzi quello sviluppo è in larghissima misura causa del nostro sottosviluppo. Se non sappiamo adeguare la nostra organizzazione, elaborare proposte, assumere iniziative capaci di consonanze con i grandi indirizzi dell’economia mondiale, comunitaria ed italiana, da tali indirizzi siamo tagliati fuori ed emarginati. Ancor oggi la Giunta è impegnata a fronteggiare un contingente che fugga alle porte di casa, vi irrompe con violenza sconvolgente e crea il dramma lacerante di una società stremata e dispersa. Situazione esplosiva da noi ereditata e non suscettibile di essere capovolta e neppure arrestata nel breve periodo.
La disoccupazione aumenta, diminuisce la produzione mentre la struttura amministrativa e di governo della Regione è ridotta in condizioni definibili “comatose”. Non si riesce a produrre amministrazione né a tradurre le decisioni politiche in atti amministrativi operanti entro tempi accettabili. Normalmente fra decisione ed attuazione passano tre anni.
Come può una Regione così organizzata tenere il passo con la società, con gli operatori che – ormai inseriti nella dinamica di una moderna economia – hanno bisogno di assumere le decisioni e di tradurle in atto nello stesso momento in cui ricevono l’impulso. Il nostro tempo ha spazzato via i vecchi meccanismi, i ritmi e la dinamica tradizionale.
Siamo contemporaneamente presenti, partecipi, ai fatti ed ai grandi fenomeni che accadono nel mondo nel momento stesso in cui questi accadono, e se non vogliamo essere lasciati fuori dall’impetuoso fiume della vita dobbiamo subito adeguarci.
La verità è che non disponiamo ancora degli strumenti per capire, operare e reagire; vediamo l’auto che viene addosso, non abbiamo la forza di spostarci e ci travolge. Una Regione paralitica tale divenuta negli anni. Siamo chiamati ad opera
re con questi strumenti. Solo l’ipocrisia mistificante di certa polemica politica può chiederci soluzioni che perdono l’autorità e la valenza dell’ordinamento, per diventare un fatto miracolistico, a metà strada fra la magia, il velleitario e l’inganno. Altro che miracoli! Dovremo operare con impegno costante, severo, oscuro, ma fermo ed inflessibile, nel tempo, nel lungo tempo, negli anni… (APPLAUSI)
Tutto il popolo di Sardegna sarà chiamato a superare questo terribile momento; tutto, non una maggioranza, non una giunta, non un consiglio regionale, ma una società con la forza di tutte le sue componenti, di tutte le sue potenziali energie della forza morale di cui è depositaria. Dobbiamo aprire un grande dibattito nella società, chiamare tutti i sardi perché insieme costruiamo la grande frontiera o, se volete – perché siamo in un momento in cui operiamo in difesa – la grande barriera, al riparo della quale costruire ogni giorno, il domani di nostra gente e incuranti delle difficoltà.
Facciamo emergere la ferma determinazione a conquistare, momento per momento, spazi nuovi; in questa condizione di debolezza avanza però il centralismo statalista, avanza più che il centralismo politico il centralismo burocratico, il mondo degli impiegati di cui parlava Camillo Bellieni, ancor più invadente e disarticolante di quanto non sia lo stesso centralismo; parliamo di quel piccolo mondo burocratico che ricava le proprie nicchie di potere scavandole dentro le strutture e l’ordinamento dello Stato esasperandone la centralizzazione quando non la personalizzazione.
Ciascuno vuole dimostrare quanto è importante la sua autorità e così, inconsapevolmente resiste all’autonomia delle regioni per non perdere un po’ di potere individuale. L’insieme di queste azioni che ha la vocazione alla conservazione delle strutture ormai superate ed inutili e la resistenza, o peggio, la reazione al nuovo e la restaurazione del vecchio.
Per vincere queste complesse, vischiose resistenze dobbiamo giungere alla mobilitazione politica ma anche, in prima essenziale fase a quella culturale, mobilitando gli studiosi perché al di là dell’astratto teorizzare, si scenda nel concreto delle soluzioni, definendo le ipotesi sulle quali costruire la forza reale del nostro popolo. Dobbiamo uscire dal dilettantismo politico dobbiamo uscire dalle improvvisazioni
(APPLAUSI)
Basta con le frasi fatte, basta con la demagogia; la crisi sta irrompendo devastante nelle campagne, nelle città, nelle fabbriche, dentro le nostre case. Amici del partito, noi, dobbiamo essere un punto di riferimento nella cultura sarda! Noi che ci siamo posti sin dal costituirsi del partito come forza di rinnovamento, come una forza responsabile e coraggiosa che sapeva guardare lontano, dobbiamo saper guardare oggi più che mai lontano, perché la strada è lunga e difficile; insieme abbiamo la forza di superare ostacoli, di restituire alla Sardegna un domani che sia degno dei suoi figli
(APPLAUSI)
siamo un partito di governo non possiamo non permetterci di liquidare le situazioni con frasi facili; poniamoci il problema di come gestire le risorse programmandole.
È nostro preciso impegno attivare grandi progetti, ma prevedendone la gestione attraverso la programmazione. Per questo è necessario disporre di strumenti con i quali programmazione e gestione diventino realtà operanti. Il CIS, la SFIRS lo stesso Banco di Sardegna, sono strumenti – e che strumenti – e quanto importanti dovranno operare in coerenza con i principi politici del governo globale, della Regione, della sua economia.
Non parlo perciò di governo di maggioranza badate, parlo di governo globale della Regione che la Giunta Regionale dovrà assi curare garantendo agli istituti Finanziari piena autonomia organizzativa e gestionale fermi restando gli obiettivi politici fissati dalla programmazione Regionale. Perché questo avvenga, prendiamone coscienza, dobbiamo mandare a rappresentare la Regione persone altamente qualificate.
(APPLAUSI)
che siano in grado di valutare con sicura scienza e consapevolezza gli atti che nella nella gestione realizzano gli obiettivi della politica; sì, non voglio ripetere il Padre nostro degli enti, ma badate, non c’è soluzione alternativa. O chiudiamo con questa esperienza degradante e squalificata dell’oscuro sottobosco nel quale si è realizzato il sotto governo e restituiamo funzionalità ed efficienza, credibilità, energia, forza creativa agli enti regionali, o ricadiamo nella inesorabilità della sconfitta. Gli Enti non sono premi da distribuire, ma servizi da rendere alla comunità.
(APPLAUSI)
Noi sardisti, noi che mai siamo stati partito di potere,che abbiamo 1’orgoglio di non avere in tutta la nostra più che sessantennale storia ormai, 70 anni
gloriosi di testimonianza politica, senza un solo scandalo i nostri uomini; ricordati come esempi,
(APPLAUSI)
non possiamo gettare questo patrimonio sul quale si fonda gran parte della fiducia che si è aggregata intorno a noi in questi anni, è un patrimonio che è anche luce ai nostri passi, è un patrimonio che ci legittima ad un dialogo severo e pur sempre rispettoso con i nostri colleghi della maggioranza e dell’opposizione, insieme ai quali siamo chiamati a condividere le responsabilità di questo momento di storia.
Dobbiamo far sì che il peso della Regione aumenti, noi siamo chiamati a credere nelle istituzioni autonomistiche, noi per primi siamo chiamati a credere nella Regione e la dobbiamo onorare facendoci rappresentare sempre al più alto livello. Sì, i mali vengono dall’esterno, ma molti mali sono nati nel nostro corpo, nella nostra stessa comunità e se non ce ne liberiamo, non avremo una Regione viva, fervida, dinamica efficiente non avremo la casa accogliente per tutti i sardi, nella quale tutti i sardi si sentano sereni e protetti; non sarà la casa delle maggioranze, non sarà la casa del clientelismo, è tutta sporcizia che ci lasciamo alle spalle.
(APPLAUSI)
Siamo il Governo della Regione, siamo il domani, facciamolo bello perché ne abbiamo il dovere e la possibilità. Certo, nella politica nazionale non abbiamo da fare grande affidamento. Sembra sempre più evidente che il Governo consideri il sud un’area marginale, un mercato sempre meno interessante, se non per scaricarci quelle attività funzionali non all’esigenza di crescita, delle popolazioni meridionali o della stessa Isola di Sardegna, ma funzionali al superamento di crisi, degli apparati produttivi ed industriali di maggiore peso presenti nel Nord Italia. Che altro significato non ha, badate, il ponte sullo stretto di Messina, se non creare un grande coacervo di industrie nazionali, di quelle del nord perché tutta 1’organizzazione produttiva che dovrà organizzare quel ponte, se mai sarà realizzato, non è certo nel sud, non è certo in Sicilia, è nelle fabbriche del nord Italia che si organizzeranno per scaricare nel sud le loro attività produttive. Come la stessa ferrovia progettata per la Sardegna, era stata pensata cose un esperimento, che la Sardegna utilizzava come cantiere e i Sardi come cavie, di una ipotesi industriale nella quale gli operatori del settore,la Fiat, l’Ansaldo ed altri complessi della stessa rilevanza, la Dalmine, dovevano stabilire con quali tecniche si poteva realizzare una forza energetica di trazione al 25000 anziché al 15000.
In fondo l’obiettivo reale non è il sistema ferroviario sardo,ma l’acquisizione di una esperienza industriale e tecnologica che ancora manca all’industria specializzata italiana. Basta studiare com’è nata l’ipotesi dell’ammodernamento del sistema ferroviario sardo per rendersi conto dell’enormità di decisioni che con i destinatari finali nulla hanno a che fare. Nello scontro fra i sindacati ed industriali che vedeva in sede nazionale i primi accusare i secondi d’inerzia produttiva, i secondi hanno espresso il desiderio di acquisire la tecnologia della trazione ferroviaria al 25000 per esportarla poi nel Terzo mondo. Constatata l’impossibilità di sperimentarla sul territorio italiano perché già realizzato con la tecnologia al 15000 ci si è ricordati della Sardegna che ancora non ha né energia di trazione elettrica né al 15000 W.. e men che mai i 25000.
Ecco trovato il campo di sperimentazione: la Sardegna – così sono venuti a farci credere che ci ammodernavano la Ferrovia. L’inganno e la beffa. L’ammodernamento interessava la tecnologia industriale italiana alla ricerca di nuovi mercati e non noi. Anzi! In assenza di opere interessanti, la modifica dei tracciati ferroviari in tempi di percorrenza dovevano restare quelli in atto un secolo fa. Sarebbero migliorati di appena 2-3 minuti. Nessun vantaggio per l’utenza sarda, ma neppure per l’imprenditoria sarda esclusa nella formazione del TEAM che eseguirà i lavori.
Voci: il TIM
Melis: no, no! il TIM è altra cosa! Questo è il TEAM ed è costituito dalle imprese pubbliche (a partecipazione statale) e private che eseguiranno i lavori civili della ferrovia. Nessuna impresa è stata chiamata a farne parte, pur esistendo in Sardegna fior d’imprese capaci ed organizzate.
Per eseguire tutti i lavori d’ingegneria civile che si vedranno offrire in sub appalto dalle imprese che faranno ampia speculazione a danno dell’imprenditoria sarda e quindi a danno della Sardegna.
Ma questa è la prassi largamente praticata negli appalti dello Stato, dall’ANAS – soprattutto per le grandi opere nelle quali corrono miliardi – ed in misura diversa ma largamente pratica, da Enti o industrie di Stato, quali l’ENEL o la SAMIN. Una prassi che riserva alle imprese esterne larghissimi margini di utile ed a quelle sarde, a stento, seppure vi riescono, un minimo per sopravvivere.
Una politica contro la quale l’amministrazione regionale è insorta con estrema fermezza, ad esempio nel settore ferroviario, siamo stati chiamati a firmare un protocollo di intesa che prevedeva qualche minuto di riduzione dei tempi di percorrenza tra Cagliari e Sassari (nei treni ordinari oggi, come un secolo fa)cinque ore; il treno più veloce: tre ore e mezza ma del tutto teoriche; di fatto 4, 4 e mezza. Si ricerca ancora quel viaggiatore che sia riuscito a percorrere, almeno un volta, in tre ore e mezza quel percorso. Ebbene, noi abbiamo rifiutato di firmare nonostante tutte le minacce di dirottare altrove gli stanziamenti.
Abbiamo resistito fino a che attraverso le trattative non abbiamo più che ottenuto, ma imposto le nuove caratteristiche dell’ora: tempi di percorrenza: 2,10, correzione di tracciati, ingresso delle imprese sarde nel TEAM.
Non siamo lì a ricevere regali da nessuno, ma a realizzare lo Stato, perché la Sardegna ne fa parte, e non può essere umiliata né può accettare emarginazioni; e non può sopportare neppure che mentre si attiva la quinta coppia di binari tra Milano e Bologna o tra Bologna e Roma, ancora sia da venire la seconda coppia tra Cagliari e Sassari.
(APPLAUSI)
Insomma: in materia ferroviaria siamo fermi all’archeologia di un secolo fa – stessa capacità di trasporto: 500.000 T.a -; stessa velocità commerciale: 50 Km. h. Inaccettabile. Ancor più inaccettabile l’umiliazione di eseguire i lavori a cura finanziaria dei signori impostici dal Ministero (quanti intrallazzi si scoprono ogni giorno dietro queste imposizioni?)
Ho l’orgoglio di precisare che quando il Presidente ha firmato, l’ho detto! I tempi di percorrenza erano ridotti a 2 h. e 10 e nel TEAM o comunque nell’operatività di questo e, senza subappalti, entreranno di diritto le imprese sarde. Queste conquiste sono ben chiaramente scritte nel contratto.
(APPLAUSI)
La centralità economica della Sardegna la dobbiamo realizzare con i fatti non degli slogan; andiamo a realizzare di problema in problema,ogni realtà; non è un caso che chi vi parli del fatto che fra tre giorni debbo con i colleghi specificatamente responsabili dei settori dell’industria e della programmazione incontrarmi unitamente ai deputati della Sardegna, consiglieri regionali che si occupano del settore industria e della programmazione, ed i sindacati, con il Ministro delle Partecipazioni Statali, per ridiscutere la politica globale delle partecipazioni statali in Sardegna , e più in particolare discutere i temi dell’alluminio.Incontri immediatamente successivi quelli del piombo zinco, del carbone, si debbono riattivare finalmente le attività previste in legge perché i 25000 posti di lavoro diventino finalmente un messaggio concreto e che la solidarietà operante del Paese diventi un fatto reale. Dovremo seriamente approfondire i temi del piombo zinco come quelli del settore chimico prima che decisioni aziendali creino ulteriori pericoli nel mondo della chimica ad esempio appare ancora abbastanza misterioso e precario sul quale siamo chiamati ad approfondire le diverse tematiche per non correre il pericolo, fra quattro cinque anni, di trovarci fuori mercato in conseguenza di tecnologie e di ricerca (sia di processo che di prodotto) suscettibili appunto di metterci fuori dal mercato. Un incontro nel quale dovremo discutere anche delle significative assenze che registriamo nell’ambito delle partecipazioni statali: dall’informatica alla telematica, all’elettronica, alle telecomunicazioni, in questo ultimo settore siamo rimasti largamente indietro,(nonostante gli investimenti attuali) nelle tecnologie che già sono di uso corrente nel continente italiano. Dobbiamo però, dicevo, superare le strozzature, interne come le strozzature esterne, abbiamo avviato ed attivato la riforma della regione; non ci si può chiedere conto – se non in mala fede o, peggio, per ignoranza; delle migliaia di miliardi che non si riesce ancora a spendere, e che sono giacenti quali residui passivi senza ricordarsi che solo una Regione riformata sarà in grado di dinamizzare la spesa e diventare il cuore pulsante, di un organismo finalmente restituito a vitalità; strozzature interne, strozzature esterne, quali i trasporti (questo grande, enorme problema che sono i trasporti non solo quelli esterni quali la viabilità interna affidata a dirigenti compartimento ANAS, che in Sardegna o finiscono in galera per la molteplicità di buste non solo accettate ma addirittura sollecitate e pretese quai un credito, o vivono nell’inerzia più allucinante per inettitudine, capaci solo di rappresentare emblematicamente l’inefficienza, l’arroganza, l’ingombrante inutilità. Basti pensare all’attuale dirigente del quale abbiamo reiteratamente chiesto la sostituzione. Ne faccio qui pubblica denunzia.
(APPLAUSI)
Dobbiamo ampliare l’arco dei nostri impegni, in tutti i settori. La Sardegna importa ancora oltre settecento prodotti, che possono essere realizzati da noi; questo è un dato significativo che gli studiosi offrono alla nostra riflessione, ci dovremo misurare sulle prospettive. Apriremo un severo confronto e sui risultati di questo costruire una Sardegna reale che cresca sulle proprie radici, che abbia una sua forza e con questa si confronti finalmente, senza subalternità con gli altri poteri che sono presenti nello Stato; da quelli politici a quelli finanziari a quelli industriali ed economici in genere; ma che cosa sta facendo la Giunta per affrontare questi problemi non basta l’analisi, occorre fronteggiare le esigenze. Bene, questa Giunta, come ultimo anno del vecchio piano di rinascita ha già stanziato 52 miliardi da spendere nell’agricoltura, 32 nella riforma agropastorale, 26 nell’industria, 73 nel settore dei lavori pubblici, nel territorio 16, è una cifra importante in studi e ricerche.
È la prima volta che un somma così cospicua viene destinata ad aumentare il livello della cultura istituzionale, della cultura degli organi della regione, perché la Regione ampli il suo sapere ed eserciti le sue valutazioni vivendole non nella improvvisazione del quotidiano, ma esercitandole in una visione di sintesi per progettare il futuro. Per questo apriremo vasti comparti in consiglio regionale ed io speso che preso il metodo si diffonda in tutta la Regione e che rapidamente riusciamo a coinvolgere le varie componenti dell’opinione pubblica: dagli economisti isolani, agli intellettuali, agli operatori economici, ai sindacati, alle organizzazioni di categoria, alla stampa intesa nella sua globalità di organi di informazione in grado di stimolare lo sviluppo sforzando gli organi esecutivi del pubblico potere ma altresì creando correttamente l’opinione pubblica. Oggetto primo di questi confronti dovrà essere il nuovo Piano di Rinascita che non potrà essere la ripetizione del vecchio né la distribuzione indistinta e generica di risorse, dovrà essere invece finalizzato a vincere le strozzature costituite da infrastrutture carenti o inesistenti da un’organizzazione logistica ancora insuscettibile finalizzata a restituire un’organizzazione logistica capace di facilitare di canalizzare adeguatamente gli impulsi economici, e culturali, di favorire l’integrazione (e non l’assorbimento) nei diversi campi dell’economia, della cultura delle diverse società civili operanti nel nostro Paese, nell’Europa, nel Mediterraneo, nel mondo.
Ma, badate, nessuno si illuda. Non saranno i piani di rinascita, non saranno gli interventi straordinari per il Mezzogiorno (sulla cui consistenza la Giunta ha pur ottenuto un grande successo, facendo riconoscere un incremento di oltre il 2 e mezzo per cento rispetto agli stanziamenti precedenti (la Regione disporrà così di qualche centinaio di miliardi in più rispetto ai vecchi indici di ripartizione delle risorse del Mezzogiorno). Non è su queste risorse che noi dobbiamo fare affidamento. Dopo decenni di piani di rinascita, dopo decenni di politica meridionalistica, tutto il Mezzogiorno è arretrato la Sardegna è arretrata rispetto allo sviluppo del Nord. No, i miracolismi non ci incantano, non ci illudano più.
Dobbiamo chiamare lo Stato a realizzare attraverso le sue politiche ordinarie il riequilibrio territoriale fra Nord e Sud. Lo si fa con la politica dei trasporti, realizzando questi là dove sono deficienti, non moltiplicandoli laddove tutte le grandi infrastrutture primarie e secondarie già esistono con la politica della sanità dandoci quanto ci spetta. Non è più accettabile continuare a finanziare l’intero settore ripartendo ed erogando le risorse dello Stato in base all’esistente e penalizzando ciò che è carente. In questa logica oggi le maggiori risorse vanno alle aree che dispongono del maggior numero di presidi sanitari come l’area Emiliana, Piemontese, Ligure o Lombarda, mentre a quelle che i presidi debbono ancora realizzarli, le risorse vengono negate o ridotte.
Così chi ha i presidi sanitari più moderni, chi ha la diffusione territoriale dell’assistenza sanitaria, avrà più danari, chi non ha né presidi sanitari né assistenza diffusa avrà meno danari.
(APPLAUSI)
chi più ha, più avrà, chi meno ha, meno avrà.
(APPLAUSI)
Questa non è solidarietà nazionale – Dico di più questa non è politica! Men che mai sanitaria! Dobbiamo vincere i problemi del riequilibrio territoriale con le politiche ordinarie dello Stato.
Ripeto: in materia di lavori pubblici lo Stato deve realizzarli dove i lavori pubblici se ne conclama la necessità: scuole, acquedotti, fognature, depuratori, e tutto quant’altro è presente in una società moderna, e comunque presente in larga parte d’Italia. Questo riequilibrio è particolarmente essenziale in Sardegna che non può compensare le proprie carenze ricorrendo alla Regione con termini: o esiste o si deve emigrare.
Il riequilibrio è compito primario dello Stato e la Sardegna non ne può essere esclusa se Sardegna significa Italia
(LUNGO APPLAUSO)
Ma la Regione si è impegnata nel settore dell’edilizia residenziale stanziando oltre 85 miliardi, per mobilitarne circa 700 garantendo così la edificabilità di oltre 7 mila appartamenti che si possono realizzare in Sardegna nei prossimi anni; è perciò necessario che si mobiliti la domanda, che si organizzi l’assegnazione, determinando come effetto concorrente stimoli incentinvanti nei diversi settori dell’economia e un aumento sensibile dell’occupazione.
Queste somme si aggiungono ai precedenti stanziamenti dei quali va mobilitata la spendita e liquidando residui passivi ed aumentando la prospettiva a 25 mila alloggi.
Ed allora, cari amici, i primi impulsi possono nascere dall’interno, e noi stiamo realizzando tutto questo attraverso l’accelerazione delle procedure, con provvedimenti che la giunta ha già adottato, e che stanno ormai entrando in funzione, nel far questo siamo vicini alle amministrazioni comunali, alle quali garantiamo il supporto finanziario per giungere al credito della Cassa Depositi e Prestiti. In breve daremo un contributo rilevante, per abbattere i tassi d’interesse dovuti alla Cassa Depositi e Prestiti, liberando così i comuni dall’onere maggiore; lo stesso contributo verrà erogato ai comuni che non avendo cespiti delegabili non hanno più risorse da impegnare. E per fare questo la Regione ha già in corso di studio un prestito di oltre 300 miliardi.
Ciò è necessario; se non mobilitiamo i comuni, non mobilitiamo l’occupazione diffusa, la crescita diffusa. Per quanto riguarda i lavori pubblici, andremo proprio nei piccoli comuni in quelli che non avendo forze elettorali sono presi in considerazione dai vari padrini del Consiglio regionale.
(APPLAUSI)
I lavori saranno finalizzati a migliorare la qualità della vita, realizzando fognature, acquedotti, energia elettrica, scuole. Vogliamo insomma garantire quegli strumenti che la vita civile ha ormai garantito da tempo alle società più progredite e sviluppate. Ma soprattutto andremo a correggere quella infamia attraverso la quale si sono dissipate le risorse della Regione, per dare poche migliaia di voti in più ai vari assessori di turno che se li sono conquistati distribuendo dissennatamente i soldi fra i vari paesi iniziando centomila primi lotti senza finirne uno
(APPLAUSI)
e lasciando poi le opere iniziate nel degrado. Prima di tutto quindi completare le opere iniziate per il rispetto che abbiamo del cittadino e contribuente sardo, per la credibilità delle istituzioni autonomistiche.
Completare le opere iniziate ma al tempo stesso progettare il futuro non del giorno per giorno, ma in termini pluriennali la spesa, in modo da disporre di ipotesi che consentano di mobilitare, attraverso il settore dei LL.PP. i diversi comparti dell’economia. Dobbiamo far si che nel volgere di tre anni, salvo rare eccezioni, tutte le opere iniziate debbano essere concluse e terminate e fruibili dalla nostra società.
Così per l’occupazione giovanile, ieri forse ha dimenticato di sottolinearlo, pur nella sua responsabile e preoccupata relazione il nostro Segretario nazionale: anche in quel campo si sono adottate norme di accelerazione e di dinamica della spesa, perché finalmente questi soldi vadano ai destinatari, ai giovani ai meno giovani ai disoccupati, perché finalmente si attivi questa forza vitale della economia della nostra regione: 150 miliardi che possano finalmente essere messi a disposizione dell’imprenditoria giovane che spesso ha l’esperienza di anni di emigrazione, ed ha acquisito la professionalità nel sacrificio, oggi è umiliata dalla mancanza di risorse.
(APPLAUSI)
Sempre nel settore del lavoro sono stati approvati 117 cantieri di scuola-lavoro da aprile in ben 105 comuni. Un piano di produzione di beni e servizi, convenzioni con le banche, perché mettano a disposizione, dopo una rapida istruttoria, i soldi a coloro i quali sono, per la Regione in grado di ottenerli, 125 borse di studio sono solo alcune iniziative in atto. Vedete, torna costante l’assillo di investire in cultura, di dare ai nostri giovani strumenti conoscitivi; 125 borse di studio per la specializzazione di giovani laureati e diplomati, costituiscono significativo contributo perché la Sardegna conquisti ciò di cui ha tanto bisogno: conoscenza e scienza.
(APPLAUSI)
Lo stesso discorso vale per l’ambiente. In questo campo emerge la politica dei laghi salsi, dove attualmente sono in corso di spendita 107 miliardi; badate 20 mila ettari di laghi salsi possono rappresentare altroché la SIR sono i compendi ittici più produttivi del mondo. Contro i 30 chili a ettaro che si ottengono nei laghi giapponesi, da noi arriviamo, senza acqua-cultura, a produrre anche oltre 600 chili ad ettaro di materiale particolarmente ricercato nei mercati. Ma i nostri laghi sono inquinati, avvelenati; sono stati devastati dall’eutrofia, per cause diverse: chimiche, biologiche, quali fogne, scarichi industriali, deflussi trascinati dai concimi trascinati dalla pioggia e quindi dei nutrienti chimici, ma anche dei veleni chimici che si usano in agricoltura ed arrivano in questi laghi. Li stiamo risanando con una enorme spesa.
Ma dobbiamo vederli quali grandi fabbriche che consentiranno una notevole occupazione; si prevede che una volta definito questo vasto complesso problema di arresto ed inversione del degrado ambientale, possiamo avere dai 5 ai 7 mila posti di lavoro, utilizzando risorse rinnovabili; risorse che non costeranno più, se non quel tanto della normale gestione. Così per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, così per la lotta antincendi, alla quale sono dedicate decine di miliardi, così per la organizzazione del corpo di vigilanza territoriale (700 posti di lavoro); questa nuova organizzazione, ci vedrà alla testa delle Regioni italiane in una vigilanza territoriale che si caratterizza e si esaurisce nella repressione, ma che è finalizzata all’esaltazione dei valori ambientali: da quelli del disinquinamento atmosferico alla depurazione delle acque, del risanamento dei corpi idrici fluviali ai valori forestali.
Un vasto e complesso movimento che ha comportato una diversa disciplina urbanistica anche in ordine alla tutela del paesaggio, mentre è in corso di elaborazione la legge urbanistica regionale. Certo, e allo studio : non sono cose che si improvvisano. Soltanto i superficiali, gli approssimativi, i dilettanti della politica ce ne possono chiedere conto con questa sicumera. Ma la verità è che questi strumenti giuridici sono, in parte, all’esame del Consiglio, in parte della Giunta, e, in gran parte, in corso di studio tecnico-politico a cura di funzionari e specialisti convocati dalla Giunta. I risultati verranno sottoposti al Consiglio regionale; allargheremo il discorso alla Società Sarda perché il governo del territorio non sia una procedura imperiosa ma una conquista democratica cui tutti sono chiamati a dare attuazione realizzano la difesa reale del nostro territorio e dei suoi valori.
(APPLAUSI)
In questo campo al fine della migliore funzionalità, ma anche per anticipare la riforma della Regione abbiamo attivato alcune forme di decentramento riorganizzando il CRAAI in fase provinciale, Ma ricordate questo Ente? molle, appiccicoso, che non si capiva bene che diavolo ci stesse più a fare
(APPLAUSI)
e che era diventato una riserva clientelare per produrre voti.
Abbiamo l’orgoglio di non aver aumentato di una lira le spese inutili durante la nostra gestione; nell’81 abbiamo trovato 405 dipendenti ne abbiamo lasciato 402; due anni dopo, anziché diminuire sono aumentati di diverse decine del tutto inutili ma pagati con denaro regionale.
(APPLAUSI)
Tutto merito di un assessore che e così riuscito a riattivare il mercato dei voti. Ora tutto questo personale dovrà essere ridistribuito rapidamente nel territorio affidandolo agli Enti intermedi, perché lo gestiscano. Sono loro infatti che meglio conoscono i problemi, individuano le località, sanno cosa debbono e sono in grado di vigilare, gestire. Vi provvederanno quelle che oggi chiamiamo le Provincie, che spero entro breve tempo prenderanno un nome diverso, e che dovranno articolarsi meglio nel territorio con i nuovi centri del Sulcis, Tempiese, Gallura e Ogliastra.
Il potere regionale sarà così meglio articolato nel territorio, meno verticistico e più orizzontale. Così come i Comitato coerentemente con tali indirizzi abbiamo operato insediando i Comitati di Controllo.
Vedete! Sembra che si parli di cose mitiche, delle quali si discuteva da anni.
La Giunta senza tanto clamore le sta facendo. Non più tardi di due settimane fa, abbiamo insediato i nuovi Comitati di Controllo, che, dopo la riforma si realizzano ampliando gli spazi della democrazia; non sono più strutturati su una base verticistica e diretta da funzionari, ma guidati dal politico chiamato ora alla massima responsabilità di controllo della gestione amministrativa.
Le sedi non sono solo i capoluoghi di Provincia ma sono state attivate anche quelle di Iglesias, Tempio e Lanusei. Tutti funzionanti. E così per tutte le iniziative che riguardano l’agricoltura, che riguardano l’industria. Voglio soltanto ricordarvi che gli industriali, gli artigiani, gli operatori turistici, gli agricoltori che ottenevano i finanziamenti della Cassa del Mezzogiorno, della Regione, e dalle altre istituzioni dello Stato o della Comunità Europea per iniziare i lavori e prima che fossero definite le procedure per l’attivazione delle concessioni pubbliche, chiedevano ed ottenevano un così detto “prefinanziamento” a cura delle Banche, che lo concedevano a tasso ordinario.
Anziché il 7%, il 23 o più per cento. Da quel momento il beneficio della concessione si trasferiva dall’operatore economico alle Banche perché, non si sa bene come il ritardo del mutuo agevolato era pari al totale incameramento del beneficio da parte della Banca che prefinanziava. Quella faceva affari speculativi mentre l’operatore ne usciva con le ossa rotte, rovinato.
(APPLAUSI)
Ora il prefinanziamento lo dovranno fare sì le Banche, ma con un contributo della Regione e sarà limitato al tempo indispensabile. Non sarà più un affare per le Banche ed è certo che gli operatori avranno ciò che gli spetta. Avanzerà l’industria, ma avanzerà il nuovo in tutti i comuni. Nel turismo ad esempio, usciremo dal tradizionale valorizzando quello rurale, il paesaggistico, quello naturalistico ed ecologico ma altresì quello culturale. Offriremo alle nostre popolazioni nuove opportunità di arricchire le sue esperienze civile, ma amplieremo anche la stagione turistica offrendo molte e più qualificate opportunità occupative utilizzando al meglio le nostre risorse, quelle che non si consumano e si rinnovano.
Presenti alla Giunta sono stati, con tutta la loro rilevanza, il Piano Sanitario Regionale, i programmi energetici, il progetto Carbosulcis (inutile che io ricordi la battaglia per i 500 e più miliardi che sono stati finalmente riconosciuti ed assegnatici con legge per il rilancio, la specializzazione ecc. diversificazione delle risorse energetiche del carbone sardo). Particolare attenzione la Giunta ha dedicato ai tempi del Credito.
Si è costituito presso la Presidenza della Regione sarda il Comitato regionale di raccordo del sistema bancario. Ritengo fermamente che l’avventura non sia più possibile nelle responsabilità di Governo.
Oggi gira per la Sardegna (è una notizia che sono lieto di darvi) uno dei maggiori esperti di Zone Franche avendo diretto per lunghi anni, quale massimo esponente in materia dello Stato olandese, la Zona Franca di Rotterdam. Da oggi inizia gli studi sulla possibile Zona Franca Sarda.
(APPLAUSI)Nessuna rinunzia quindi! Quelle facili disinvolte accuse rivolte alla Giunta, rivolte al Partito Sardo di aver mercanteggiato i suoi obbiettivi per lo straccio di una poltrona presidenziale 
(LUNGO APPLAUSO)
sono false, smentite dai fatti e squallidamente elettorali. Accuse che vengono poi da chi non vuole la Zona Franca sarda.
La Sardegna è nel nostro cuore. Non siamo certo assenteisti sui temi delle servitù militari. No. Non aggiungo nulla, perché tutti voi avete sofferto insieme a noi questi giorni così esaltanti ed importanti.
(APPLAUSI)
E allora che si vuole da noi! Ma che si vuole da noi! ecco amici sardisti a questo punto dobbiamo chiederci ma noi chi siamo! Chi è nella sua attuale composizione oggi il Partito Sardo. Quei 17.000 votanti che nel 1979 si sono raccolti intorno al simbolo del Partito Sardo (elezioni politiche) oggi sono 160 mila!
(APPLAUSI)
Da dove sono arrivati? Quale è il cemento che ci tiene insieme, quale è la piattaforma politica intorno alla quale tanti nuovi amici sono venuti a noi, per combattere insieme a noi la grande battaglia della sardità? Come si realizza questo nuovo sardismo? certamente nel pluralismo!
Amici del Congresso, certo è che il vecchio autonomismo ha evidenziato i suoi limiti: strumento di governo certo significativo ed anche esaltante, ma incapace di risolvere i problemi della Sardegna. Un autonomismo comprimibile, espropriabile, derogabile dileggiabile in rapporto alle diverse congiunture politiche con qualsivoglia motivazione. Ricordiamo quella più surrettizia: la grande riforma che di questa di norma ha solo il nome: per limitarci ad un esempio, la legge quadrifoglio una legge ordinaria che ha espropriato i poteri statutari annullando la Costituzione. Una legge di normale finanziamento agricolo, ma presentata con il nome giuridico di grande riforma agricola ha rioccupato la materia di competenza “esclusiva” dell’Istituzione regionale, comprimendola sino al punto di ridurla ad un fatto cartolare.
È ormai possibile farsi imporre da Roma, scelte agricole a noi antitetiche perché tra il piano regionale e il piano nazionale prevale quello nazionale deciso non dal Parlamento ma dal Governo. Inquietudine, tensione, delusione si sono trasformate in Sardegna in rassegnazione? NO! Si sono elevate a dignità di lotta. Ecco il successo del Partito Sardo.
(APPLAUSI)
Ecco la Sardegna raccogliersi intorno agli antichi valori dell’autogoverno. Non è tanto l’emarginazione economica, Amici del Congresso, non è tanto la disoccupazione, non è tanto l’emigrazione che ci ha chiamato a raccolta – pur essendo questi argomenti dolorosi e vitali – ma è qualcosa di più alto. Abbiamo avvertito il tentativo di uccidere la Sardità, il tentativo di spegnere la luce l’ideale della nostra cultura, il tentativo di uccidere la nostra identità di popolo, il tentativo in ultima analisi di renderci una articolazione periferica di una società ormai vincente e trionfante che ha assoggettato le comunità periferiche e fra queste i sardi.
La resistenza nasce, amici del Congresso, dalle profondità dello spirito, la resistenza nasce dall’istinto di sopravvivenza, la resistenza esplode come un fatto morale, ancor prima che come fatto economico e politico.
(APPALUSI)
La vecchia bandiera federalista trova mille mani, che la levano al cielo; ma il federalismo passa per vie obbligate. Il federalismo non si realizza se non tra eguali.
(APPALUSI)
e la via è L’INDIPENDENTISMO
(lunghissimo applauso che si trasforma in INDIPENDENZA scandito come slogan ritmato per quasi un minuto)
E allora di che cosa si rammaricano alcuni nostri amici di Governo? prendiamo atto del diverso rispetto a noi tributato dall’opposizione D.C. Forse perché nei democristiani ci sono le basi di una cultura che pur non essendo federalista accetta i principi di una pur ridotta autonomia regionale nella cui base legittimano la loro testimonianza politica; di che cosa si lamentano, dicevo, certi nostri amici?
Il nostro indipendentismo è funzionale costituendone base essenziale ed irrinunziabile del federalismo; come possono mistificarlo con una forma larvata di separatismo che nel Partito Sardo non ha avuto mai, neppure nelle sue lontane origini, da Bellieni ai Pilia, ai Lussu ai De Lisi ed agli altri che hanno tracciato queste pagine gloriose di storia; ne mai si è riproposto negli anni pur avvelenati del fascismo, dominati dalle persecuzioni collettive ed individuali. Debbo ricordare che durante il fascismo, i sardisti hanno difeso e concorso a salvaguardare i valori della civiltà democratica italiana. Debbo ricordare la partecipazione Sardista alla Resistenza. I suoi martiri! Io stesso posso testimoniare dei miei compagni di scuola come De Martis a Cagliari,
(APPLAUSI)
di Piero Borrotzu a Nuoro, caduti entrambi in difesa della dignità e libertà dello Stato italiano. Come dimenticare i combattenti di Spagna da Giacobbe a Zuddas che ivi è morto, e quanti in Sardegna, resistendo alla violenza fascista sono stati sacrificati sino al supremo martirio come Paolo Melis?
(APPLAUSI)
Voglio ricordare ancora quanti sono qui in questa assise a testimoniare la forza morale che li ha visti protagonisti negli anni esaltanti della lotta; ne citerò uno solo: questa assemblea lo ignora, perché non ne trae mai vanto, ma è stato decorato in solenne assemblea, da una personalità che e poi diventata capo di Stato francese, Charles De Gaulle, per aver vissuto l’esperienza drammatica del campo di concentramento tedesco, senza mai arrendersi!
(APPLAUSI)
combattente, ragazzo che ha vissuto l’esperienza spericolata dei commandos che siluravano le navi in porto cavalcando e guidando personalmente i siluri

INTERRUZIONE: Columbu “Si chiamavano maiali..”

Noti come maiali, ma era una espressione greve che non volevo usare,(APPLAUSI) sin quasi al bersaglio. In una di queste circostanze fu catturato – nelle acque di Gibilterra – è fatto prigioniero.
Siamo noi gli antitaliani? No. Non hanno lezioni da darci, nessuna. Perché con dignità e forza, noi ricordiamo che gli uomini nostri hanno fatto la resistenza, ne hanno esaltato i valori. Non si chiamavano solo Emilio Lussu i resistenti sardisti. Erano figure oscure, figure minori che sono andate con il cuore gonfio di Sardegna a testimoniare una vocazione di libertà, di civiltà, che ci onora tutti e che ha onorato la Sardegna ed anche quanti oggi ci rimproverano di scarso patriottismo di maniera.
Noi siamo testimoni di storia, e della storia apriamo le porte consapevoli del ruolo responsabile che ci è affidato. No non siamo dei velleitari. Non stiamo accendendo fumisterie generiche. Rifiutiamo la subalternità. Questo sì. La subalternità che ci è stata imposta che non ci siamo ancora scrollati di dosso neppure con l’autonomismo dimostratosi inidoneo a risolvere i nostri problemi. Oggi siamo arrivati alla Presidenza della Giunta regionale, portando il nome
(APPLAUSI)
della Sardegna in tutta Italia, in Europa, nel mondo! Stamani vi ho rivolto il mio primo saluto attraverso le parole affettuose e vibranti del Presidente della Repubblica, che è un sardo e ci conosce.
(APPLAUSI)
Lui ci saluta e ci rende onore. E con questo onore, consapevoli del nostro ruolo, andiamo a contrastare quelle subalternità che il Paese, al di là della volontà dei singoli, ci ha imposto e continua ad imporci.
Il Presidente della Repubblica sarà il primo garante della legittimità della nostra lotta volta a realizzare un stato più civile e più giusto.
Lottiamo insieme per una Sardegna che avanza nella Storia.