Caro Segretario,
È con profonda angoscia che assumo la decisione di rimettere nelle mani del Partito il mandato di Presidente della Regione.
Faccio questo in considerazione della diversità di orientamenti su temi essenziali fra la dirigenza del Partito e me. Non condivido infatti l’assunto che le persone da designare alla guida degli Enti regionali debbano essere “necessariamente” iscritte al Partito. Tutto ciò delude la grande prospettiva che avevamo suscitato nell’opinione pubblica e che trovava il suo cardine proprio nel nostro Partito.
Ricordo in proposito il solenne impegno da noi assunto in Consiglio: rompere con la squallida pratica delle lottizzazioni, con l’occupazione partitica delle Istituzioni per aprire alla Società nelle sue componenti culturalmente e professionalmente più qualificate. La disistima dell’opinione pubblica per la maggioranza dei politici deriva appunto dall’autoisolamento di questi all’interno del Palazzo. La perdita di contatto con la Società reale li ha sospinti a perdere il senso dello Stato, del suo ordinamento e dei ruoli cui al suo interno i diversi soggetti sono chiamati. Non si vuole capire la distinzione dei ruoli: spetta al politico fare leggi, elaborare linee di indirizzo, individuare gli obiettivi, mentre compete ai managers la gestione degli Enti economici (Isola, Esit, Ersat, Emsa, Arst, Sipas, Sfirs ecc.)e agli uomini di cultura gli Enti a ciò destinati (Istituto Etnografico ecc.) Ai funzionari dirigenti infine l’organizzazione esecutiva.
Io capisco e condivido l’obiettivo di ritrovare nel Partito le personalità dotate di esperienza, cultura e capacità politiche di tale prestigio da essere designate agli incarichi di guida dei diversi Enti, ma se nel Partito abbondiamo di uomini dotati di grande tensione politica e capacità morale, ma non di esperienza o cultura correlate all’impegno specifico cui dovrebbero essere destinati, dobbiamo ricercare nella società dei “senza tessere” la soluzione al problema di una Sardegna che proprio nella cultura e nella professionalità deve trovare finalmente la forza poderosa per la propria rinascita.
La nostra grande bandiera è lo spirito di servizio con il quale abbiamo dato al Partito l’impegno di una vita. Che significato avrebbe spartire fra membri dell’Esecutivo o del Comitato Centrale le cariche di sottogoverno? Un premio alla fedeltà? Un premio alla militanza?
Siamo cresciuti in fiducia e voti, perché rappresentiamo un gran de ideale di democrazia e di libertà nel quale la gente si riconosce, ma guai a noi se non ci rendiamo conto che tanti ci hanno votato perché delusi dagli altri Partiti: dalla vischiosità dei loro interessi, dalla mediocrità degli uomini designati a gestire gli Enti, dal sospetto (si fa per dire) di scarsa correttezza.
In tale contesto gli Enti economici sono stati riguardati (ed in effetti utilizzati) non quali strumenti pubblici capaci di creare spinte propulsive ed innovatrici di sviluppo, ma piuttosto come un oscuro sottobosco divenuto, per trasposizione concettuale, sottogoverno. Espressione spregiativa che ha finito con il caratterizzare un modello di governo dequalificato e squallido contro il quale dura e severa si è levata, da sempre, la nostra critica.
Al Consiglio regionale – ma, soprattutto, ai Sardi – abbiamo detto che avremmo aperto le finestre del “Palazzo” perché entrasse aria nuova e si risanasse il mefitico prodottosi in tanti anni di chiusura. Cacciati gli altri vogliamo chiuderci noi con i nostri alleati “complici”, sbranandoci reciprocamente per attribuirci il bottino più grande? Per questo abbiamo conquistato la pesante responsabilità del governo regionale? La risposta è tanto ovvia ed elementare che mi viene un altro sospetto. Sono diventato, con queste mie malinconie, noioso ed ingombrante dentro la dirigenza del Partito. Mi si vuol far fuori proponendomi l’impossibile?
Se questo è l’intento non c’è bisogno di ricorrere a tanti rigiri: eccomi pronto – avete le mie dimissioni.