Signor Presidente, signor Ministro, desidero rivolgere, innanzitutto, un vivo ringraziamento all’on.le Andreotti per l’azione svolta con tempestività in favore di un emigrato sardo che a Norimberga, nei giorni scorsi, ha subito una grave violazione dei suoi diritti civili.
L’intervento del Ministro è servito, infatti, a salva-guardare la dignità ed il ruolo che l’emigrato aveva sempre svolto con grande impegno per la tutela dei diritti dei colleghi da lui rappresentati.
Vorrei esprimere, inoltre, l’apprezzamento della Regione sarda per questo convegno e per l’iniziativa legislativa sottoposta al nostro esame.
Finalmente i poteri centrali dello Stato, dopo una lunga assenza – rilevata da tutti gli oratori – si apprestano ad intervenire con un insieme di azioni, che abbracciano i diversi campi in cui si articola il vasto problema dell’emigrazione.
L’iniziativa legislativa in questione merita, dunque, una valutazione positiva da parte nostra, non solo perché assicura l’intervento dei poteri centrali dello Stato in una materia così delicata ed importante, ma soprattutto perché tende a creare un’omogeneità di indirizzo e di coordinamento, sicuramente utile per l’ulteriore sviluppo delle politiche regionali.
Non di meno guardiamo con una certa preoccupazione alla formulazione data al provvedimento, che potrebbe sottintendere una sorta di subdolo e strisciante centralismo, volto ad infrenare ed a marginalizzare l’azione intrapresa dalle Regioni, nel vuoto di iniziative governative, mediante provvedimenti di varia natura, la cui utilità è testimoniata dagli interventi svolti durante i lavori di questo Convegno dai rappresentanti delle diverse comunità italiane all’estero.
In breve, vi è il pericolo che si voglia ricondurre nell’ambito del potere centrale tutta l’azione pubblica a favore dell’emigrazione.
Le Regioni, dopo una fase iniziale dedicata soprattutto alle attività assistenziali, si sono poste già da molti anni problemi ed obiettivi di più ampio respiro.
La Regione sarda, ad esempio, sin dal 1967 ha promosso, con apposita legge, un’importante indagine per appurare non solo le cause, l’entità e le destinazioni dell’emigrazione sarda, ma anche le condizioni di vita e di lavoro degli emigrati e delle loro famiglie; un’indagine complessa ed articolata, tendente ad approfondire la conoscenza di un fenomeno, che ha avuto un impatto dirompente nel nostro tessuto economico, sociale e culturale, con l’intento di individuarne le possibili soluzioni.
Peraltro, tali soluzioni superano ampiamente le concrete possibilità operative della sola Regione.
Oggi, perciò, puntiamo ad effettuare un salto di qualità, che consenta una migliore qualificazione dell’azione regionale mediante la solidarietà ed il concorso dello Stato, al fine di estendere e rafforzare l’efficacia degli interventi a favore dell’emigrazione.
Ciò che preoccupa, in particolare, è che il Governo intenda gestire tutta la politica dell’emigrazione, attraverso schemi e linee di azione rigidi ed uniformi.
L’emigrazione regionale, e come tale essa si atteggia all’estero comunque al di fuori della propria area d’origine. Pertanto, le soluzioni da predisporre in risposta alle attese delle singole comunità regionali, sia all’estero sia nello stesso territorio nazionale, non possono essere uniformi, essendo diverse le origini, la cultura, i valori ed i modelli di comportamento dei nostri emigrati. L’uniformità dei provvedimenti tenderebbe, infatti, ad appiattire le diverse realtà, disconoscendo in pratica la reale natura dei problemi da risolvere.
Sono queste le preoccupazioni che rendono cauto il nostro giudizio sul disegno di legge; preoccupazioni più che giustificate in considerazione delle conseguenze pratiche de gli interventi previsti.
In realtà l’ambito di azione dei poteri autonomistici non si esaurisce nel territorio nazionale; la popolazione delle singole regioni anche quando si è trasferita all’estero continua a restare legata non solo alla propria terra ed alle proprie famiglie, ma anche, attraverso il risparmio e le relative rimesse, alla stessa economia delle regioni d’origine. Non vi può essere, dunque, una soluzione di continuità che limiti i rapporti fra la Regione di provenienza e le comunità degli emigrati esclusivamente alle attività culturali ed assistenziali. Tali attività, evidentemente, non esauriscono l’impegno delle Regioni, né queste, a loro volta, possono accettare una simile limitazione alle loro possibilità d’intervento.
D’altronde le Regioni si stanno orientando, nella loro attività a favore degli emigrati, verso qualificate forme di assistenza e promozione anche in campo economico, al fine di una riqualificazione professionale che ne agevoli il ritorno in patria ed il reinserimento in attività in grado di utilizzarne le capacità e le esperienze acquisite durante la permanenza nei paesi stranieri.
Pertanto non si comprende perché le Regioni debbano essere estraniate dalla gestione di attività così importanti, alle quali si sentono direttamente interessate anche per la maggiore conoscenza che esse hanno dei problemi della propria gente e delle possibilità di reinserimento offerte dalle rispettive economie.
L’emigrazione sarda, caratterizzata soprattutto da lavoratori che dall’agricoltura si sono diretti verso altri settori d’attività, differisce ad esempio dall’emigrazione lombarda o piemontese, che annovera operai ed anche piccoli imprenditori.
Sono, quindi, diversi i problemi che le rispettive Regioni devono affrontare per tutelare ed assistere i propri emigrati.
È opportuno soggiungere che noi consideriamo emigrati anche coloro che si trasferiscono in altre regioni del Paese, non per libera scelta individuale, ma perché costretti dalla mancanza in loco di opportunità di lavoro. Gli ottantamila Sardi che attualmente risiedono in Lombardia, così come gli oltre trentamila che vivono in Toscana, hanno alimentato con il loro massiccio trasferimento una vera e propria emigrazione.
Noi intendiamo salvaguardare i rapporti anche con questa emigrazione, i cui caratteri peculiari costituiscono momento di cultura, originale ed irripetibile, all’interno delle diverse realtà italiane, a cui offrono un essenziale contributo per lo sviluppo economico e la crescita civile.
Evidentemente ai Sardi che vivono in Toscana, impegnati nella gestione di aziende agro-pastorali, non possiamo offrire le stesse risposte che occorre dare a quanti lavorano, come operai, in Svizzera o in Germania. Ecco, quindi, che la peculiarità regionale deve essere presente e partecipe in quanto tale nella gestione dei grandi temi della politica dell’emigrazione; non esistono risposte uniformi, valide per tutti gli ambienti ed in tutti i casi.
Il semplice è, di norma, falso, mentre il complesso, sicuramente difficile da realizzare, è molto più prossimo al vero; soprattutto costituisce espressione di una maggiore consapevolezza della realtà. Il mondo in cui operiamo è, infatti, di per sé stesso complesso ed è proprio a questa complessità che dobbiamo commisurare le nostre azioni, superando quell’antinomia tra Governo centrale e Regioni che in qualche misura traspare anche dalla stessa denominazione di “confronto Stato-Regioni”, utilizzata per designare i lavori di questo Convegno.
Le Regioni sono, infatti, lo Stato nelle sue realtà territoriali; non possiamo perciò accettare di essere “interlocutori” dello Stato, di cui siamo organi, così come lo sono il Governo ed il Parlamento, anche se nessuno di tali organi – come richiede la logica della democrazia – può pretendere di identificarsi con l’intera realtà statuale.
In questa prospettiva, esiste in noi una certa preoccupazione anche in tema di intesa preventiva per l’autorizzazione a svolgere all’estero attività promozionali di rilievo da parte delle Regioni.
Nel corso della mia esperienza di Presidente della Regione sarda mi sono trovato improvvisamente al centro di una vera e propria controversia internazionale. Alcuni pescatori corsi, che erano finiti nelle acque territoriali italiane – vorrei dire sarde, se non temessi di essere accusato di ingerenze in materia di politica internazionale – subirono, tempo addietro, la confisca dei natanti, effettuata in modo legittimo e corretto dalla Guardia di Finanza. Questo episodio scatenò reazioni così forti nella popolazione corsa, da creare serie preoccupazioni alle nostre autorità consolari per le possibili conseguenze sugli italiani residenti in Corsica.
Come Presidente della Regione sarda ho dovuto trattare con le autorità regionali corse, sollecitato in tal senso da telegrammi e dispacci pressanti del nostro Ministro degli Esteri. La ricerca congiunta di ipotesi di soluzione del problema creò un clima di stima e di simpatia reciproca; tanto che successivamente una delegazione di parlamentari corsi venne in Sardegna, in visita di cortesia, per esprimere i sensi della loro soddisfazione per come erano andate le cose.
Pur trattandosi di un’attività indubbiamente rilevante svolta da Regioni appartenenti a Stati diversi, non sarebbe corretto affermare che la Regione sarda si sia trasformata in tale circostanza in soggetto di diritto internazionale; essa infatti non rappresentava né tanto meno poteva impegnare l’insieme dei poteri dello Stato nella loro espressione unitaria. Le Regioni, inoltre, sono soggetti che operano al l’interno della Comunità Europea, dalle cui decisioni derivano obblighi e conseguenze di indubbio rilievo per lo sviluppo – ma anche per la disincentivazione – di attività economiche, sociali e culturali nell’ambito delle diverse realtà regionali.
Non è perciò pensabile che le Regioni continuino ad essere totalmente escluse da queste importanti sedi decisionali. La Regione sarda, per Statuto, deve essere rappresentata nella elaborazione dei progetti di trattati commerciali; inoltre deve essere sentita preliminarmente in materia di legislazione doganale. Peraltro, la formula dell’intesa preventiva sembra destinata a funzionare esclusivamente in una unica direzione.
Troppo spesso, infatti, il potere regionale viene emarginato, e ciò costituisce un grave errore perché si perde quel potenziale di proposta politica peculiare alle istituzioni regionali volute dal costituente proprio per il loro carattere di forza innovativa, di soggetti di propulsione e di crescita globale della democrazia italiana.
Consideriamo perciò utile procedere verso una programmazione della politica dell’emigrazione; programmazione da intendere anzitutto come momento di coordinamento necessario ad esaltare – non già a sostituire – le politiche regionali che finora hanno dato ampia prova di validità; di conseguenza, è opportuno approfondire ulteriormente la portata di questo progetto di legge, anche sotto il profilo finanziario.
L’intervento del Ministro del Tesoro, on.le Goria, non ha infatti precisato l’entità delle somme che il Governo intende stanziare per alimentare il Fondo a favore dell’emigrazione. Un chiarimento al riguardo diventa ancor più necessario, in quanto il progetto di legge introduce una serie di limiti invalicabili per l’attività delle Regioni, senza peraltro quantificare i mezzi finanziari con i quali il Governo intende intervenire, sostituendosi all’iniziativa delle stesse.
La nostra Regione destina annualmente oltre 5 miliardi di lire a favore dell’emigrazione; una somma che, in bilancio, rappresenta un rilevante sforzo finanziario, nell’intento di attivare validi rapporti con i nostri emigrati, anche attraverso iniziative che possano facilitare il loro rientro in patria.
Un obiettivo, quest’ultimo, particolarmente importante, in quanto rappresenta non solo il recupero di rapporti con fasce di popolazione che sembrava avessimo definitivamente perduto, ma anche la possibilità di utilizzare per finalità di sviluppo capacità professionali di cui la nostra Regione è scarsamente dotata.
È perciò legittimo chiedere precisazioni sui mezzi finanziari che il Governo intende destinare alla costituzione del Fondo per l’emigrazione. Qualora gli stanziamenti fossero insufficienti, il disegno di legge si ridurrebbe ad una normativa volta ad introdurre nient’altro che nuovi limiti all’attività delle Regioni, svuotando ulteriormente il potere autonomistico delle sue capacità operative. Dobbiamo pertanto evitare il pericolo che questo Convegno si concluda senza i chiarimenti indispensabili per una valutazione complessiva del provvedimento legislativo in esame.
Sussistono, inoltre, motivi di seria preoccupazione anche in materia di valutazione dei programmi regionali da parte degli organi centrali. Il sistema adottato per l’intesa preventiva demanda in pratica ad un organo burocratico il potere di decidere su proposte che sono state elaborate in sede politica dal governo regionale, in un confronto con le diverse parti sociali – sindacati ed imprenditori – e che per di più sono state sottoposte al vaglio del Consiglio regionale.
È evidente che proposte derivanti da un’elaborazione così complessa ed articolata non possono essere assoggettate all’esame insindacabile di un gruppo di funzionari, per quanto qualificati essi siano; tanto più che il provvedimento non prevede, in caso di parere negativo, né un’esplicita motivazione di rifiuto, né un’eventuale possibilità di riesame. Questo sistema riserverebbe di fatto al Governo centrale una vera e propria funzione direttiva in materia di emigrazione, trasformando le Regioni in organi esecutivi a livello periferico.
Sostituendo il coordinamento con un’azione politica centralizzata si rischia di imboccare una strada involutiva; le aspettative che nutriamo verso questo provvedimento ci inducono, pertanto, a richiamare l’attenzione del Governo sull’opportunità di un riesame di questi aspetti rilevanti ai fini della politica dell’emigrazione.
Naturalmente, vi sono anche altri aspetti che meriterebbero di essere considerati attentamente. Pensiamo in particolare ai problemi che riguardano la seconda generazione: i figli dei nostri emigrati partiti dalla loro terra senza una sufficiente conoscenza della lingua italiana finiscono per lo più con l’apprendere non già la lingua colta dei paesi di destinazione, bensì il dialetto che si parla nelle periferie urbane. Una situazione difficile che alimenta processi di emarginazione fin dalla fase scolastica, che si svolge in genere nell’ambito di istituzioni differenziate che accentuano la scarsità di contatti col più vasto tessuto sociale. sociale. Questo insieme di condizioni tende dunque a confinare i figli dei nostri emigrati entro una fascia sociale subalterna, a cui è di fatto precluso l’accesso ai vertici più alti della cultura e della vita civile.
Questi problemi, che si ricollegano più direttamente alla sfera dei diritti civili e politici dei nostri emigrati meriterebbero maggiori approfondimenti anche se è diffi- cile stabilire in che misura rientrino nell’ambito dei lavori di questo Convegno.
Si tratta comunque di argomenti a cui siamo fortemente interessati, proprio come Sardi. Infatti i nostri emigrati che vogliono tornare in Sardegna in occasione delle consultazioni elettorali, sono di fatto impediti ad esercitare il loro diritto di voto dalle difficoltà che incontrano, una volta raggiunti facilmente i porti di Genova o di Civitavecchia, a proseguire verso le rispettive residenze.
L’emigrazione senza ritorno viene alimentata anche dalla mancanza di adeguati mezzi di trasporto e dalle umiliazioni che molti emigrati subiscono quando inutilmente tentano di rientrare in patria per rinsaldare i vincoli con la loro gente e con la loro terra d’origine.
Anche il ritorno in Sardegna durante le ferie estive, in concomitanza con il grande flusso turistico, costituisce per la maggior parte dei nostri emigrati una vana speranza.
Occorrerebbe, infatti, una flotta di gran lunga maggiore rispetto a quella in esercizio per assicurare nei mesi estivi il trasporto dei nostri 300 mila emigrati. Attualmente non esistono concrete possibilità di soluzione al riguardo e tuttavia questo problema permane con tutto il suo grande rilievo umano, sociale e politico, quale problema di civiltà. In passato, in qualità di parlamentare, ho avuto l’onore di sottoporre alla Sua attenzione, quale Presidente del Consiglio, i problemi dell’emigrazione sarda e debbo constatare con rammarico che da allora non è stato compiuto alcun passo in avanti. Il potere centrale continua a trattare i nostri emigrati con un distacco così profondo da determinare in essi, in tanti casi, la decisione di rompere i rapporti con la propria terra.
Non credo che ciò dipenda soltanto da disattenzione o noncuranza. Esistono certamente molteplici difficoltà, anche notevoli; ma molte di queste stesse difficoltà possono essere vinte. Noi chiediamo, pertanto, al Governo che si impegni finalmente in questa direzione perché rappresenta, prima di ogni altra cosa, una scelta in direzione della giustizia.
Intervento sul tema dell’emigrazione – Conferenza Stato Regione – 1984-89
27 Maggio 2026 by