Lettera al Presidente del Consiglio Regionale della Sardegna – anni ’90

La prego di comunicare all’Assemblea la mia decisione di rassegnare le dimissioni da Consigliere regionale.
Penso di contribuire, così facendo, a richiamare l’opinione pubblica all’esigenza, largamente disattesa, di un profondo e reale rinnovamento nella politica in Sardegna.
Le difficili tensioni interne ai partiti, anche nella nostra regione, sono la triste testimonianza di un modo di far politica sempre più sterile e infecondo e della incapacità dei dirigenti di porsi generosamente alla testa del rinnovamento, sia assumendo iniziative che formulando proposte, elaborando analisi, promuovendo mobilitazione e alleanze, oppure, ove necessario, facendosi da parte per aprire la via delle responsabilità ai giovani che dovranno, nel breve periodo, misurarsi con i grandi problemi del nostro tempo.
Un processo involutivo estremamente pericoloso ed esiziale che registra, fra l’altro, una pesante caduta dell’impegno autonomistico in un momento di virulento risorgere di nuove e più avvolgenti forme di neocentralismo statalburocratico; un processo che ci mette fuori dalla storia oggi dominata dall’impetuoso irrompere delle nazionalità, vigorosamente impegnate a riappropriarsi delle rispettive identità etnoterritoriali e dei conseguenti spazi di libertà, democrazia, indipendenza.
La Sardegna, vede così inaridirsi le fonti vive del suo ruolo protagonista nella grande frontiera dell’internazionalismo regionalista, dell’Europa dei popoli, del Federalismo di Tuveri, Lussu, Bellieni per continuare sino a noi.
Popoli e statisti, guide politiche e spirituali: Baltici o Armeni della Russia, Ungheresi di Romania, Curdi dell’Iran o Albanesi del Kossovo in Jugoslavia, sono solo alcuni esempi dei diffusi fermenti che rendono incandescente e profondamente rinnovatore questo esaltante e quasi magico momento di storia.
Noi viviamo questo momento più da spettatori che da protagonisti. Nessuna forza politica sembra sfuggire alla lebbra della gestione.
Anche il mio partito sta conoscendo l’oscura pratica di alleanze fra gruppi la cui amalgama trova genesi non già su programmi ed obiettivi, ma più semplicemente su intese numeriche finalizzate alla conquista della maggioranza e, con essa, del potere.
Con le mie dimissioni penso di contribuire a rimettere al centro del confronto, fra i partiti e nei partiti, la politica quale momento alto e creativo dell’impegno civile di chi è chiamato dalla fiducia popolare a cariche rappresentative.
Non un gesto quindi di abbandono o di rassegnata sfiducia, ma un modo, forse, più difficile ma certo esaltante di continuare la battaglia per un mondo più giusto e civile.
La ringrazio dell’attenzione e, nel formulare ai colleghi gli auguri più fervidi di buon lavoro, la saluto cordialmente,
Mario Melis