Signor Presidente,
assolvendo al dovere di cittadino preoccupato di scongiurare laceranti processi di collasso dei già difficili assetti economico-sociali della Sardegna (minacciati dai progettati disimpegni dell’apparato industriale pubblico), sottopongo alla Sua responsabile valutazione la necessità di un richiamo Presidenziale al Governo ed al Parlamento sul dovere – inutilmente proclamato nella Costituzione – di dare reale attuazione all’art. 13 dello Statuto di Autonomia della nostra Regione contribuendo così al fattivo riequilibrio economico, sociale e civile fra le diverse aree del Paese.
Il problema non può riduttivamente inquadrarsi nel pur rilevante ambito delle convenienze aziendali determinate da calcoli più o meno congiunturali, ma nel più vasto orizzonte politico delle grandi scelte orientate a promuovere lo sviluppo.
Non appare in alcun modo accettabile che si abbandonino attività produttive solo perché mal gestite o tecnologicamente superate laddove, con adeguati e del tutto ordinari investimenti, è ben possibile recuperare efficienza e competitività tanto sui mercati nazionale che esteri.
In verità le attività produttive che si vorrebbero chiudere in Sardegna non sarebbero abbandonate ma trasferite e continuate in altre aree del Paese. Non sempre tra le più povere, non sempre dalle aziende di Stato.
Più semplicemente: si emargina la Sardegna perché altri interessi – pubblici e privati – premono con maggior forza ed ottengono risultati solo in virtù di questa.
Né si prospettano alternative. Si condanna una Regione, un popolo al sottosviluppo strutturale ed all’assistenzialismo elettoral-clientelare secondo un’etica incompatibile con i principi più elementari della civile convivenza avvertiti – e profondamente vissuti – dalla coscienza popolare a tutela della dignità umana.
Signor Presidente, una sfida così drammatica apre un capitolo di storia denso di pericolosi interrogativi. Umiliare il popolo sardo non è certo da considerarsi una vittoria per alcuno; provocarne possibili reazioni esasperate e violente ancor meno.
L’obiettivo della comune Casa Europea sembra così allontanarsi, respinto e squassato da tensioni e inquietudini generate da profonde, disgreganti diseguaglianze che feriscono ben più delle risorse materiali, i valori morali sui quali si fonda e legittima l’idea della Comunità che diviene Stato.
Ella, rompendo una tradizione di tendenziale riserbo del Capo dello Stato, ha vigorosamente riaffermato il Diritto-Dovere del Presidente al richiamo dei diversi poteri dello Stato per un corretto, puntuale dispiegarsi delle attività istituzionali nello spirito dei principi ed in attuazione dei precetti costituzionali.
In questo quadro leggo i preoccupati ammonimenti che mettono a fuoco (è il caso di dirlo) temi di scottante attualità quali le turpi organizzazioni criminali che paralizzano lo sviluppo in alcune regioni vanificando l’appassionato impegno di nobili ed emarginate popolazioni quali quella Siciliana, Calabrese e Campana.
In Sardegna il problema è lo stesso. Diverse le cause. Da noi, pur denunziando l’assenza – da sempre – di magistrati giovani e meno giovani, di funzionari ed ufficiali giudiziari sì da poter affermare che la Sardegna vive in regime di denegata giustizia, l’azione eversiva viene, in larga misura, dall’esterno anche se subita e non adeguatamente respinta da chi avrebbe preciso dovere di farlo: la Sardegna subisce una vera e propria disarticolazione economico-sociale.
Non si tratta solo di posti di lavoro – che è già di per sé importante – né della crisi che investirebbe il tessuto di piccole e medie industrie e servizi che operano nell’indotto, ma del collasso dell’intera economia regionale, della caduta di fiducia nella capacità delle Istituzioni di aprire le porte al futuro, dell’abbandono della rinascita, dell’arretramento rispetto al pur inaccettabile esistente, del dissolversi di ogni principio di solidarietà, ridotta a pretesto residuale per i retori di un bolso elettoralismo patriottardo, falso e provocatorio.
Signor Presidente, i Sardi hanno dato tanto all’Italia: serietà, elaborazione culturale, lealtà, sacrificio, proposte politiche di alto valore democratico.
Ma tutto ciò viene liquidato quale semplice adempimento di doveri senza che da questi scaturiscano conseguenti diritti. Ebbene, i Sardi non accetteranno di essere espropriati del loro futuro. Non accetteranno soluzioni raffazzonate, occasionali, disorganiche, ma un progetto organico, chiaro, realistico, adeguato.
Un progetto che restituisca al popolo sardo il ruolo protagonista che Costituzione e Statuto – quantomeno nel disegno politico dei Costituenti – solennemente riconoscono ma che Parlamento, Governo, burocrazia statale ed enti di Stato eludono, svuotano e vanificano in un crescendo involutivo degno del più retrivo centralismo giacobino. Uno Stato che si va chiudendo nella pietrificazione di istituzioni superate dalla storia ed incompatibili con le moderne forme di democrazia partecipativa di cui il regionalismo – che ha avuto la sua origine ideale ed organizzativa in Sardegna – ne è espressione viva e feconda
Ella ha ammonito il Paese sulla inderogabile necessità di affrontare il grande tema delle riforme.
I Sardi sono con Lei Presidente!
Riapriamo la grande stagione del confronto e del dialogo. La Sardegna è in grado di affrontare un nuovo e più moderno patto costituzionale con il Paese: in effetti, una nuova proposta di Statuto è già stata presentata in Consiglio Regionale ai partiti che però si rifiutano di esaminarla perché sentono minacciati i loro poteri. Ella ne ha nitidamente denunziato le vischiose interessate lentezze. A queste sfide Le chiedo di chiamarci! I Sardi saranno presenti all’appuntamento della Storia.
Lettera all’on.le Francesco Cossiga – Presidente della Repubblica – Cagliari, 15 maggio 1991
18 Maggio 2026 by