Discorso per la nascita del Premio Solinas – convegno a La Maddalena – 1985

Franco Solinas è stato l’espressione di quella sensibilità per il nuovo che ha sempre distinto i sardi migliori. E non parlo soltanto – come pure è corretto e giusto fare – delle minoranze intellettuali delle città e dei singoli individui e delle personalità originali e curiose dei nostri villaggi, ma di una curiosità più diffusa e più radicata che si esprime nelle forme più varie e diverse fra i sardi di tutte le condizioni.
Chi volesse cercarne una giustificazione storica, potrebbe riandare alla curiosità, non senza timore, certo, che gli abitanti dell’Isola dovettero provare ogni volta che sulle loro rive vedevano apparire uomini provenienti da altre regioni, diversamente abbigliati, diversamente armati e portatori di cose nuove, sas meravizzas come ancora pochi anni fa venivano chiamate le bagatelle in vendita nelle fiere e nelle feste paesane.
Certo la sensibilità di un uomo come Franco Solinas e più simile a quella di artisti come Grazia Deledda, Sebastiano Satta, Salvatore Satta e Giuseppe Dessì, il maggiore dei nostri scrittori novecentisti; ma anche, e forse di più, all’amore del nuovo, dello sperimentale e del non conformista, di artisti di origine sarda come lui; e che sono Mario Sironi, Aligi Sassu e Mauro Manca, per non citarne che alcuni, dopo i quali si è rivelata in Sardegna una schiera di giovani artisti, di quasi tutte le arti, suoi coetanei, o di lui più giovani, che ne continueranno l’impegno.
Ma Franco Solinas è stato, principalmente, un uomo di cinema. Impegnato a tutto campo coi temi e i problemi più importanti e più attuali del nostro tempo. Solinas è stato un contemporaneo, un vero, autentico e sensibile uomo del suo tempo, che è il nostro. Lo dico con particolare compiacimento, perché so quanto ciò vale a sfatare l’immagine della Sardegna e dei sardi come una terra e un popolo assenti o staccati dalle ansie, dalle grandi trepidazioni e dalle grandi attese e speranze dell’umanità contemporanea.
Dell’uomo di cinema, dell’intellettuale colpiva la tenacia, la testardaggine, vorrei dire, con la quale difendeva e sosteneva le sue idee. Qualità o difetto che sia, o tutte e due le cose insieme, sembra certo che noi sardi siamo testardi, nel bene e nel male. Ma permettetemi di dire che la testardaggine non è qualità che mi entusiasma, soprattutto in un uomo di cinema, in una personalità creativa, se non è accompagna e superata dalla poesia.
Ecco, F. Solinas era poeta, uno dei non troppo numerosi poeti, in questo caso scrittore, che ha saputo realizzare il difficile salto dalla parola all’immagine e, in particolare, stabilire un rapporto solido, di sostegno mutuo e di reciproca suggestione, fra la serie organizzata delle parole e quella, non meno organizzata e strutturata, delle immagini, che è caratteristica essenziale1 costitutiva del cinema.
Voglio aggiungere che quella connessione rigorosa e conseguente era il fondamento, la prima delle moralità di quest’uomo di cinema, del quale è giusto, proprio in questa prospettiva, celebrare il rigore e la coerenza.
In diverse occasioni Solinas ebbe modo di dire che si sentiva uno scrittore frustrato oppure, che aveva deciso di dedicarsi alla sceneggiatura quando aveva compreso che scrivere non bastava, che il romanzo non era più sufficiente.
Peccato che non abbia continuato a scrivere da scrittore, cioè da scrittore di romanzi come “Squarciò” e di racconti come “Le pecore di Emiliano”.
Sono, quelli, racconti che risentono del clima degli anni del dopo guerra, inevitabilmente legati al neorealismo, alle sue modalità stilistiche, alle sue finalità estetiche e civili. E sono opere degne, positive e poetiche.
Ma mi piace pensare a ciò che Solinas ci avrebbe dato, di cui la Sardegna manca e anche l’Italia, lui così sardo, così mediterraneo, così universale, se avesse sviluppato anche nelle narrativa quella ricerca di linguaggio che ne ha fatto il maggiore scrittore, cioè il maggior sceneggiatore del cinema europeo.