Lettera ai sardisti

Nuoro –  13.06.2000 – Lettera ai sardisti Preparazione al congresso del P.S.d’Az.

Cari amici,
in vista dell’imminente congresso considero necessario riflettere su alcune esperienze onde evitare il pericolo di perderci nelle sabbie mobili di un partitismo entrato nel tunnel di una crisi senza prospettive.
Sarebbe grave errore ritenere che la scomparsa dallo scenario politico italiano della D.C. del P.C.I., P.S.I., P.S.D.I., P.L.I., P.R.! si limiti ad un problema di sigle e che al loro posto, con nomi diversi, continuano a sopravvivere gli stessi partiti, con gli stessi uomini. Se ciò può, solo apparentemente, affermarsi per il D.S. non si può trascurare che il cambiamento non ha riguardato solo il nome ma ne ha travolto l’ideologia – dichiarata liberticida della stesso Veltroni – i metodi operativi gli obiettivi economici e sociali. Tanto che la fazione legata ai valori del passato ha deciso la scissione dal nuovo partito per trovarsi subito dopo ad affrontare un’altra scissione al proprio interno. Inutile seguire i “cespugli” numerosi quanto litigiosi nei quali sono disgregati la D.C. – P.S.I. e P.R.I. e travolti  P.S.D.I. e P.L.I.
Altro errore d’interpretazione del sostanziale sconvolgimento che ha investito i partiti è ritenere che la crisi abbia origine nei processi che vanno sotto il nome di tangentopoli. Confonderemmo la conseguenza con la causa. È proprio nel tipo di organizzazione dei partiti che ha potuto infiltrarsi il cancro della corruzione. Gerarchizzazione degli organismi di partito ridotta a guerra per occuparne le sedi del potere; disciplina interna, trasformata da rispetto della minoranza per le decisioni della maggioranza, nell’abolizione del diritto-dovere di critica pubblica (visto che i partiti devono operare alla luce del sole o, come si usa dire, nella casa di vetro) per cui si è precipitati ben presto nell’omertà e, molto spesso, nella complicità.
Si sono così formati gruppi di potere interni ai partiti e trasversali fra i partiti. La angherie, i soprusi, i privilegi e le discriminazioni sino a giungere alle tangenti per finanziare le sue correnti, non di rado le persone, sono state possibili proprio perché l’operare dei partiti, né controllabile né criticabile dai militanti, era avvolta nella foschia del torbido sfociata nello scandalo di tangentopoli, che, ripeto è conseguenza del tipo organizzativo datosi dai partiti all’origine del loro male operare e non causa del dissolvimento.
Altro errore che non dobbiamo commettere è ritenere che il nostro partito sia del tutto esente dai mali che hanno funestato gli altri.
Certo da noi non s’è diffusa la lebbra della corruzione e di ciò possiamo andare a fronte alta ma la guerra per la conquista del potere l’abbiamo vissuta pure noi. Eccome!
Basti pensare che dall’89 al’99 si sono susseguiti nove segretari nazionali (l’ultimo in supplenza) e che attualmente, a causa dei contrasti interni non abbiamo segretario nazionale.
Non solo ma nell’89 avevamo 10 consiglieri regionali scesi a 4 nelle successive elezione del ’94 e quindi 3 in quelle del ’99. Di più: uno dei tre, di fatto, ha abbandonato il partito assumendo iniziative e dando vita a comportamenti incompatibili con la linea politica decisa dal congresso e confermata successivamente dal nuovo Consiglio nazionale. Una malattia che ha investito tutti i partiti dura a morire come amaramente è dimostrato dalla furiosa lite esplosa nei partiti che costituiscono oggi maggioranza alla Regione, per la divisione delle sedie da distribuire fra i propri militanti.
Così non si fa politica ma solo rissa. Si dimentica che il potere è solo strumento della politica e non fine di questa.
Nel particolare momento storico il ruolo del sardismo è essenziale. Il partito può e deve svolgerlo, se non vuole che lo facciano altri, cancellandolo dalla storia futura non già per rinnegare l’insegnamento e gli obiettivi ma per esaltarli attualizzandoli, in uno slancio generoso di moderno sardismo.
Dobbiamo porci al centro del dibattito politico. La storia insegna: divisi si perde; uniti si vince.
Ecco perché tutti i sardi, qualunque sia la loro fede ideologica, sono, consapevolmente o no, sardisti. Noi dobbiamo sottoporre all’opinione pubblica sarda una serie di problemi condivisibili da tutti.
Dobbiamo quindi costringere le altre forze politiche operanti in Sardegna a confrontarsi con noi sui singoli problemi. Se ne otterremo il consenso sui temi fondamentali ne deriverà, per naturale conseguenza, la loro regionalizzazione. Disporremo così di una forza nella quale confluiranno tutte le componenti del sardismo, da quelle laiche alle cattoliche, dai socialisti ai liberali, concordi sui punti fondamentali di una sardità finalmente arbitra del proprio futuro, padrona in casa sua, non per contrapporsi ma per collaborare senza subalternità con il mondo esterno, italiano, europeo e mediterraneo.
Noi resteremo una forza popolare che adegua i suoi strumenti operativi alla politica dinamica del mondo globale, dall’internazionalizzazione dell’economia e della cultura, alla comunicazione, inserendoci da sardi nei processi creativi delle moderne tecnologie e non accettando più di essere sudditi destinatari, ma cittadini operosamente creativi di futuro.
Una grande stagione attende il sardismo. Facciamo sì che il Partito sia degno del ruolo cui lo chiama il nostro tempo.

Mario Melis