Convegno – Uno Statuto per la Sardegna

Palazzo della Provincia – Sala Sciuti Sassari – Sabato 9 dicembre 1995 – Centro di Studi Autonomistici “Paolo Dettori”, Convegno di Studio – Uno Statuto per la Sardegna

Intervento dell’on. avv. Mario Melis, già Presidente della Regione Sardegna

Le relazioni di stamane pongono al centro della nostra attenzione il tema dell’autonomia regionale vista quale momento di governo di una realtà territoriale operante all’interno dello Stato italiano e questo dell’Europa Comunitaria; istituzioni che nell’esercizio dei rispettivi rapporti condizionano l’economia, i valori, la vita dei cittadini e delle grandi comunità sia in sede nazionale che internazionale.
Fra Regione e Comunità Europea emerge con tutta la forza della sovranità lo Stato; s’impone perciò l’interrogativo: “Cos’è lo Stato?” La definizione più semplice ed immediata che ne è stata data mi pare possa così riassumersi: “L’organizzazione del potere legittimo”. Essenziale diventa perciò individuare quali componenti sociali concorrono a dar vita allo Stato e quale, o quali, fra queste, emerga come forza prevalente.
Senza soffermarci nell’esame della polis greca o della civitas romana che sono estranee al nostro concetto di Stato, rileviamo che all’origine di questo è il “Principe” nella cui persona si concentravano tutti i poteri.
Luigi XIV poteva ben affermare “L’Etat c’est moi”.
L’evolversi storico dei rapporti fra le diverse componenti sociali ha favorito l’ampliarsi diversificato e complesso delle fonti del potere.
L’Illuminismo e la rivoluzione francese hanno aperto alle grandi masse nuovi orizzonti culturali con l’inserimento di altri soggetti politici portatori di interessi di tale rilevanza da spostare l’asse del potere dal vertice monocratico del “Principe” (e dell’aristocrazia che ne costituiva il supporto) alla base democratica vitalizzata dall’irrompere nello scenario politico della molteplice ricchezza culturale e professionale costituita dalla borghesia impegnata, sin da subito, nei fecondi confronti correlati alla transizione dall’asfitica economia feudale a quella liberale.
La sede del potere, nella nuova organizzazione dello Stato, venne individuata nel Parlamento; istituzione ritenuta adeguata ad esprimere il pluralismo costituito dall’insieme di valori ed interessi spesso confliggenti, nella collettività nazionale.
L’esperienza vissuta e sofferta dai popoli in questi ultimi due secoli ha dimostrato però come nei parlamenti – specie degli stati così detti centralisti -finiscano con il prevalere gli interessi forti penalizzando i deboli. L’assunto vale sia quando si valuti il confronto fra ceti sociali, come fra settori produttivi o fra aree territoriali: detentori del capitale (o della rendita fondiaria) nei confronti dei lavoratori; l’industria sull’agricoltura; alcune regioni su altre dello stesso stato.
È di tutta evidenza come la composizione del Parlamento ed il sistema elettorale che lo esprime favoriscano la diversa allocazione del potere privilegiando certi interessi a danno di altri. Ciò che importa rilevare è il fatto che il privilegio accordato ad un settore non si esaurisce nel beneficio di questo ma, di norma, opera a danno di un altro. In breve: lo sviluppo che suscita effetti positivi in ambiti territoriali e/o sociali molto precisi, genera il sottosviluppo in altri settori altrettanto precisi.
Gli squilibri così rilevati non derivano tanto dal difettoso operare delle istituzioni, quanto da precise scelte politiche che connotano lo stato nazionale quale si è andato definendo nel confronto apertosi fra i protagonisti della rivoluzione francese e sotto la spinta di quella industriale.
L’enorme molteplicità dei valori civili suscitati dal pluralismo culturale e sociale, come i problemi derivanti dall’internazionalizzazione dell’economia, hanno suggerito alle componenti politiche vincenti di avocare i poteri sull’economia, la pubblica istruzione e l’organizzazione amministrativa dello Stato ai vertici di questo, dando vita ad una struttura piramidale affidata alla gestione di una burocrazia rigorosamente gerarchizzata.
Le popolazioni sono state riespropriate di valori, facoltà e poteri loro “naturalmente” riservati e, nel contempo, gravate di nuovi e pesanti doveri per l’innanzi inesistenti.
Questa esperienza ha avuto genesi e compiuta definizione in Francia ove la vincente fazione giacobina, preoccupata di ricondurre ad unità le molte diversità esistenti nel territorio francese, ha risolto (o creduto di risolvere) i relativi problemi cancellandoli.
Si è così deciso di abolire le lingue parlate e relative culture delle diverse aree territoriali: bretone, occitana, alsaziana, lorenese, basca, corsa, catalana, provenzale, per imporre a tutti quella parigina, definita lingua di Stato.
Il governo si è servito della pubblica istruzione non tanto o non solo per garantire ad ogni cittadino la necessaria cultura di base, quanto, e soprattutto, per formare cittadini educati a rispettare e servire valori che la politica definiva rilevanti nell'”interesse generale” ma che di norma privilegiava i detentori del potere nello Stato.
In questo spirito si è imposta la coscrizione obbligatoria finalizzata a costituire l’esercito nazionale con il quale tutelare principalmente il potenziale economico del paese.
Infatti l’internazionalizzazione dell’economia, seguita al moltiplicarsi delle capacità produttive consentite dalle catene di montaggio, imponeva la ricerca di spazi esteri di mercato sempre più ampi e la difesa dei propri dall’invasione di manufatti industriali prodotti dalla concorrenza internazionale.
I popoli d’Europa, nella prima metà di questo secolo, sono stati così precipitati in due spaventose guerre definite – e lo erano, mondiali – per garantire ai magnati dell’economia dei rispettivi paesi di conquistare con la forza delle armi – e con lo sterminio di milioni di vite umane – nuovi mercati di consumo alle loro produzioni industriali.
Le pressioni esercitate dall’opinione pubblica, sempre più insofferente delle soluzioni militari di contrasti non definiti dai negoziati diplomatici, ha indotto i governi a creare una sede di mediazione permanente per il loro componimento istituzionale.
È nato così il Mercato Comune Europeo.
Istituito nel 1966 con il fine dichiarato di aprire un futuro di pace ai popoli d’Europa attraverso la collaborazione e la solidarietà delle molteplici componenti operanti nelle diverse economie nazionali, doveva rappresentare un primo importante passo verso la costituzione dell’Europa politica; istituzione internazionale dotata di propria sovranità, sovraordinata rispetto agli stati costituenti.
Oggi dobbiamo però prendere atto del successo del primo obiettivo e del sostanziale fallimento del secondo: l’ipotesi di una federazione europea, all’interno della quale oltre i capitali, le merci e le persone circolino anche i grandi valori della democrazia sociale e delle libertà civili, sì da garantire ai cittadini europei, residenti anche nelle più sperdute realtà territoriali, il rispetto delle diversità, parità di diritti, doveri, servizi essenziali ed opportunità di sviluppo, è rimasta una speranza sempre più vaga e lontana.
Con l’elezione a suffragio universale del Parlamento Europeo s’è sviluppato, in seno a questo, vivo dibattito teso al riconoscimento di un ruolo decisionale autonomo delle realtà territoriali interne agli stati aventi, per antica tradizione, soggettività politica propria non annullata (quantomeno nella coscienza delle popolazioni) dal loro inglobamento all’interno degli stati nazionali formatisi a seguito della dissoluzione del Sacro Romano Impero e delle successive macrostatualità (quale l’impero austro-ungarico).
Ebbene l’Autonomia Regionale Sarda si colloca in questo contesto ed opera nei pochi spazi residuati dall’occupazione diffusa e generalizzata fattane dal Governo centrale attraverso istituzioni, interessi e poteri preoccupati non già di favorire lo svilupparsi operoso del potere regionale, ma, prima e soprattutto, di conservare il proprio. L’Italia non è la sola.
Il Presidente dell’Unione Europea J. Delors ha pubblicamente denunziato in ripetute occasioni le resistenze opposte all’attuazione delle direttive comunitarie dalle strutture statali sia politiche che burocratiche; soprattutto da parte di quelle superate dal ruolo profondamente innovatore dall’Unione Europea da un lato e delle Regioni – laddove istituite – dall’altro.
Gli obiettivi fissati nei trattati quali la cittadinanza europea, la coesione economico sociale, la regionalizzazione delle politiche comunitarie vengono surrettiziamente elusi o nazionalizzati e, più che condizionati, decisi dai vertici statali.
Le popolazioni delle diverse realtà territoriali sono scarsamente coinvolte nella fase di elaborazione progettuale e talvolta escluse nella fase di attuazione delle politiche interessanti lo sviluppo delle rispettive aree. L’asse del potere resta saldamente ancorato ai vertici statali e quindi funzionale agli interessi forti dei quali sono espressione.
Né in verità le regioni hanno dato vita ad un vigoroso contenzioso in grado di indurre Governo e Parlamento ad un confronto sostanziale sui temi di fondo dello sviluppo. Si continua così in un conflitto logorante, ritualmente sterile, che celebra ogni tanto appariscenti intese volte a mascherare episodiche concessioni di prerogative – sempre revocabili – o finanziamenti di opere pubbliche lungamente attese da una o più regioni imprigionate nel viluppo di problemi vecchi e nuovi.
Le classi dirigenti delle aree deboli si rifugiano così nella sconfitta dell’assistenzialismo. Contrabbandano di volta in volta piccole, episodiche concessioni presentate all’opinione pubblica quali conquiste strappate allo Stato od all’Europa dall’intraprendenza degli amministratori regionali che si rifugiano, nei rapporti interni, nell’arcaico e deprimente clientelismo elettorale.
Diverse sono le motivazioni che inducono alla rinunzia di un forte regionalismo le classi dirigenti delle aree ricche: sono già largamente soddisfatte dello status quo; inserire da protagonista l’istituto regionale nel contesto degli enti che già operano nell’area del potere, rischia di romperne gli equilibri senza certezza di ricavare ulteriori benefici e rischiando anzi di rimettere in discussione quelli acquisiti.
L’esplosione della protesta leghista nelle aree ricche del Nord Italia non nasce infatti dalla spinta degli interessi forti, ma negli strati popolari confusi e smarriti da un cosmopolitismo nel quale si va perdendo la loro identità. Non a caso si esprime attraverso la crescente insofferenza verso gli stranieri, soprattutto degli extracomunitari, coinvolgendo anche, sia pure in minor misura, i connazionali immigrati dal Sud e dalle Isole.
Costretti all’anonimato delle grandi concentrazioni urbane, incalzati da ritmi di vita stressanti che inaridiscono la sfera affettiva dei rapporti umani sia sociali che familiari, irreggimentati nel logorante pendolarismo, infastiditi nei luoghi di lavoro, nelle sedi sociali, in strada, in trattoria, o nei pubblici uffici da idiomi e parlate che gli sono estranei, che non capiscono e li fanno sentire stranieri in casa, oppressi dalle alte spese del consumismo e dalla forte pressione fiscale e sociale (che sottrae loro rilevante parte del salario) reagiscono individuando le cause di tanto malessere non nella politica posta in essere dalla loro classe dirigente volta a realizzare la più alta concentrazione di risorse ed attività industriali mai per l’innanzi registrata del loro territorio, ma piuttosto nella presenza di tanti immigrati che considerano abusivi, invasivi e dannosi e dal dover convivere nello stesso Stato con un Sud povero da assistere con le risorse prodotte con il lavoro e da loro pagate attraverso il fisco.
Sono vittime di un pesante equivoco che confonde le cause con le conseguenze. Quasi che lo sradicamento di milioni di esseri umani dal Sud e dalle Isole sia una loro scelta e non la dura conseguenza delle politiche statali passate attraverso il protezionismo doganale, la concentrazione di lavori pubblici, infrastrutture, servizi civili, organizzazione amministrativa e quant’altro, nel corso di 140 anni di “disunità nazionale” (così definita dal giovane Attilio Deffenu), che lo Stato ha destinato al Nord (non a tutto) riservando al Sud interventi sporadici, scoordinati, inadeguati, definiti, di volta in volta, “leggi speciali”, “pacchetti”, “rinascita” senza trascurare espressioni deamicisiane quali “contributo di solidarietà” e così via. Leggi che di norma si sono tradotte in finanziamenti per l’acquisto di macchine o manufatti industriali prodotti al Nord.
Ad aggravare la debolezza delle aree del sottosviluppo concorre il sistema adottato dai governi nella ripartizione delle risorse fra le diverse regioni.
Rifiutando un progetto globale al cui interno siano definiti i necessari interventi volti a promuovere lo sviluppo nelle singole aree territoriali secondo le rispettive peculiarità, il Governo ricorre all’antica, malefica tradizione delle leggi speciali ora in favore di una regione, ora di altra, scatenando la risentita protesta delle escluse. Lungi dal realizzare una feconda solidarietà che faccia emergere il ruolo protagonista del nostro sud economico, ed avviare un confronto costruttivo con i vertici dello Stato, si scatena la così detta guerra tra poveri, con il risultato di rendere sempre più evanescente il loro potere contrattuale con i detentori del potere.
Il problema, ridotto nei suoi termini essenziali, è ancora una volta: l’organizzazione del potere legittimo. L’impegno che attende il regionalismo italiano, ed il sardo in particolare, è quello di conquistare una sfera di potere che definisca le reali capacità di governo della regione sia al proprio interno che quale componente protagonista dell’assemblea deliberante in sede nazionale.
Si tratta di rovesciare l’odierna concezione dello Stato modificandone l’organizzazione del potere. È necessario preliminarmente dissolvere l’immagine ambigua proposta dal lessico istituzionale che nei vari riferimenti allo Stato lo collega a quella dei suoi organi centrali: Presidente della Repubblica, Governo e Parlamento, contrapposti a Regioni, Province e Comuni visti quali sudditi del primo.
Si parla così di “Conferenza Stato – Regioni” ed altri consimili espressioni, quasi entità contrapposte e non momenti diversi della stessa realtà istituzionale.
Lo “Stato”, nei suoi elementi materiali, si compendia di territorio e popolo; a conferire loro valore di statualità concorre il potere d’imperio o “sovranità” che viene esercitata attraverso una serie di istituzioni che ne costituiscono l’organizzazione. La sua caratteristica è data appunto dal pluralismo istituzionale; ne fanno parte, con pari dignità, Governo, Parlamento, Regioni, Province, Comuni cui l’ordinamento giuridico conferisce sfere di responsabilità e poteri di governo correlati a funzioni esercitate su determinati territori.
Il nostro discorso è volto quindi ad individuare l’ampiezza dei poteri da riconoscere a Comuni, Province e Regioni perché possano funzionalmente assolvere al ruolo di sviluppo delle popolazioni insediate nei rispettivi territori; dal loro successo deriva il bene complessivo dello Stato.
In questo spirito il Trattato di Maastricht postula l’allocazione del potere decisionale “il più vicino possibile ai cittadini”, riservando alle istituzioni sovraordinate solo le decisioni “che a motivo delle dimensioni e degli effetti dell’azione in questione” possono essere realizzati meglio al livello superiore; questo ultimo precetto è formalmente previsto in relazione ai rapporti Comunità-Stati ma in virtù dell’interpretazione analogica e del principio di sussidiarietà -cui il citato precetto fa riferimento – trova applicazione estensiva su tutti i soggetti o istituzioni che operano all’interno della Comunità. Coerentemente il Trattato, all’art. l98, dispone l’istituzione del Comitato delle Regioni d’Europa con compiti consultivi spontaneamente proponibili o su richiesta del Consiglio dei Ministri e della Commissione (di fatto anche del Parlamento Europeo) su una vasta gamma di materie rilevanti per il governo della Comunità.
Il Comitato tende così ad assumere, in prospettiva, un ruolo di Camera delle Regioni a fianco del Parlamento eletto dai cittadini.
Di più: la rappresentanza degli Stati in seno al Consiglio dei Ministri, non è più necessariamente affidata ai “ministri” dei governi, ma può essere assunta anche da politici espressi dalle istituzioni regionali.
In effetti i rappresentanti dei Landers tedeschi partecipano da sempre, quali osservatori, alle riunioni del Consiglio dei Ministri ogni qualvolta sia in discussione un problema interessante i loro Landers; secondo la costituzione germanica, hanno potere di veto (revocabile solo dal Bundestag) nei confronti del Ministro rappresentante lo Stato.
Oggi l’ordinamento comunitario è attraversato dal confronto serrato fra Consiglio dei Ministri da un lato e Commissione dall’altro circa il ruolo delle regioni; il primo le vorrebbe estranee ai processi decisionali europei, mentre il secondo tende a valorizzarne il ruolo visto che la propria azione si svolge nel vasto e vario territorio europeo; l’esperienza ha dimostrato che solo le popolazioni residenti e le loro istituzioni di base conoscono, amano, difendono e migliorano il loro territorio rivelandosi partners ben più efficienti, competenti ed affidabili di quanto non siano gli organi ed i funzionari dei governi centrali.
Le Regioni debbono perciò farsi carico di meglio organizzare i propri uffici sia per essere sempre informate di direttive ed orientamenti promossi dalla Comunità ed attivare con essa una collaborazione feconda coinvolgendo in questa i cittadini.
L’Europa cesserà così di essere un’entità lontana ed indecifrabile; un Ente dal quale attingere solo provvidenze e benefici diversi, ma una moderna forza di democrazia che si realizza nel dinamico operare dei cittadini consapevoli di partecipare da protagonisti al vitale respiro del divenire europeo.
Perché questo si realizzi è necessario riformare l’attuale sede del potere, gli organi centrali dello Stato, primo fra questi il Parlamento.
Accanto alla Camera dei deputati eletta con il voto dei cittadini in misura proporzionale ai votanti, è necessario istituirne una seconda pariteticamente rappresentativa delle istituzioni regionali. Le esperienze storiche sono in proposito significative. Il senato americano, la camera dei deputati elvetica sono pariteticamente rappresentativi delle rispettive realtà territoriali: gli States in America, i Cantoni Svizzera; pur con irrilevanti modifiche gli stessi criteri sono adottati in Germania, Austria e Belgio. Esperienze significative dicevo perché gli Stati che vi hanno fatto ricorso non manifestano in alcun modo sintomi di disgregazione ma appaiono forti della loro unità nel più ampio rispetto delle diversità.
Per garantirlo hanno dato vita a dei Tribunali cui affidare la decisione nei casi di conflitto di competenze fra poteri centrali e regionali.
Onde evitare il rischio di sentenze partigiane (di cui spesso, ed a ragione, viene accusata la Corte Costituzionale in Italia), i giudici vengono eletti in numero paritetico dai poteri centrali e da quelli regionali sì che tutti i valori della democrazia federale sono presenti al momento del giudizio.
Il traguardo del regionalismo europeo è – ancor oggi – costituito dal superamento del ruolo riservatogli dalla Comunità di mero spazio economico per diventare soggetto politico capace di concorrere al formarsi delle scelte politiche di più alto rilievo.
L’esperienza storica insegna che le grandi sfide le hanno vinte o perdute i popoli e che governanti e generali erano solo una loro fisiologica espressione, magari illuminata ed anche geniale, ma nulla più che intelligenti interpreti della volontà collettiva. Senza il consenso dei popoli la storia si ferma, s’impaluda e disperde i valori acquisiti nel volgere dei secoli.
L’Europa comunitaria, concepita quale casa comune ha bisogno della partecipazione non solo di presidenti, ministri, sottosegretari ed alti burocrati ma della sterminata moltitudine di contadini, artigiani, operai, sacerdoti, impiegati, professionisti, marittimi ed artisti, non più sudditi destinatari di decisioni assunte nei lontani vertici comunitari e statali, ma cittadini responsabilmente impegnati a costruire la grande democrazia continentale fondata sull’incontro fecondo, fervido e creativo delle diversità radicate in territori un tempo lontani ma oggi ravvicinati dalle moderne tecnologie della comunicazione e, soprattutto, dal reciproco bisogno di integrazione e solidarietà.
Le istituzioni in grado di organizzare questo empito innovatore sono quelle più vicine alla base popolare, quelle nelle quali amministratori ed amministrati si conoscono, si giudicano, si scelgono; istituzioni in grado di esprimere al meglio i valori autentici di cui sono depositarie da offrire quale contributo allo sviluppo delle altre e dalle quali ricevere la multiforme ricchezza dei valori elaborati dalle rispettive popolazioni.
Il potere deve quindi tornare al popolo e da questo investire, attraverso un sistema istituzionale operante per cerchi concentrici sempre più ampi, livelli di governo dotati di poteri rigorosamente funzionali alla responsabilità cui debbono assolvere.
Non a caso nei primi cinquantanni di questo secolo nella civiltà democratica del nostro continente sono fiorite due nuove istituzioni di governo: la Comunità Europea e le Regioni.
Con la prima si dissolvono le tragiche frontiere statali sulle quali si attestavano le armate militari che per secoli hanno annientato intere generazioni di giovani vite in guerre di sterminio fraticida, con le seconde si è data voce ai popoli – poco rileva se numericamente piccoli o grandi – che contando sulla propria responsabilità e reciproca solidarietà sono chiamati ad elaborare sulle radici dei rispettivi valori la crescita economica, culturale e civile della comunità.
La Regione Sarda ha vitalmente bisogno di questi spazi decisionali per sfuggire al clima vischioso e snervante dell’assistenzialismo succube e rinunziatario ed affrontare il severo impegno della “responsabilità” unico, reale propulsore di libertà. Una libertà che si riempie di contenuti comuni a tutti i popoli della terra e di altri correlati a problemi specifici derivanti da contesti ambientali, processi storici, cultura, sviluppo economico e quant’altro.
Il caso della Sardegna è emblematico nel contesto italiano del quale costituisce l’unica vera Isola, equidistante tanto dal Continente europeo quanto da quello Africano sulla rotta Gibilterra-Suez; ha bisogno perciò di sviluppare un’autonoma economia marittima (oggi inesistente se non per i servizi di collegamento postale disposti e gestiti dalle autorità centrali) attraverso la quale favorire i traffici mediterranei offrendo i suoi approdi quali centri di smistamento delle merci provenienti o dirette verso lontani continenti oltre gli oceani.
Tipico strumento di un servizio così essenziale al moderno sviluppo dei traffici marittimi è il regime di zona franca.
Non si tratta di postulare una condizione di privilegio rispetto alle altre regioni italiane, ma di riconoscere alla Sardegna uno strumento adeguato alla sua posizione geografica senza il quale le attività produttive sarebbero ineluttabilmente condannate all’antieconomicità, all’emarginazione dai mercati e quindi alla subalternità del sottosviluppo e dell’assistenzialismo.
Il mare è il fattore dominante la vita del suo popolo: prigionia o via aperta ai suoi rapporti con il mondo.
Nel 1921 in Sardegna è sorto un movimento politico che cogliendo il senso della storia ha proposto un regionalismo mirato a realizzare lo stato federale italiano nel contesto della Federazione Europea.
Ebbene quell’intuizione è oggi una pagina di storia!
Ma la storia non si ferma.
Altre pagine restano da scrivere ed altro severo ma esaltante impegno attende i nostri popoli. Regionalismo e Federazione Europea debbono ancora dispiegare tutto il loro fervido potenziale di libertà, pace, progresso e solidarietà. La luce di un tale orizzonte è guida sicura per il cammino che ancora ci resta da percorrere verso un futuro che è già presente nella nostra istanza come nell’impegno.