Inaugurazione della nuova sede del Consiglio Regionale

Cagliari, Consiglio Regionale della Sardegna, Cagliari, 18-11-88

Signor Presidente, Colleghi Consiglieri, Cortesi Ospiti,

L’inaugurazione della nuova sede del Consiglio Regionale coincide con il quarantennale di 2 eventi che hanno segnato profondamente la storia moderna del popolo sardo e della stessa democrazia italiana: la promulgazione dello Statuto di Autonomia della Sardegna e la convocazione del 1° Consiglio Regionale.
Due eventi che han dato luogo a giudizi contrastanti ma che indubbiamente segnano una svolta determinante nel processo di crescita sociale, economica e civile della nostra gente.
Una Sardegna che riscopre se stessa, la propria storia, la propria lingua, la propria civiltà.
Il diffuso senso di delusione per lo Statuto manifestamente insufficiente a tradurre la soggettività politica dei sardi in ruolo protagonista, capace di aprire, in piena responsabilità, le vie del futuro, si ritrova tutto nell’icastica battuta di Emilio Lussu “Ci attendevamo un leone ed abbiamo avuto un gatto, felini tutti e due, ma quale differenza!”
Non di meno va rilevato, qualunque giudizio possa essere espresso sull’ampiezza dello Statuto, questo si pone come un vero e proprio patto costituzionale fra la Sardegna e lo Stato.
Un insieme coerente, articolato ed organico di norme che nella loro sintesi divengono ordinamento e, pur nella insufficienza perfezionabile dello strumento, cancella l’immagine antistorica del suddito per far emergere quella del cittadino, della subalternità per esaltare la forza democratica dell’istituzione regionale.
Un’istituzione vitalmente rappresentativa di popolo che si riappropria della sua storia e concorre a costruire con creatività originale, specifica ed irripetibile della sua civiltà uno Stato moderno, più giusto, più aperto ai grandi temi del nostro tempo, dalla solidarietà internazionale, alla pace, dalla giustizia sociale, alla qualità della vita, alla democrazia, affidata alle comunità locali e regionali garantite dallo Stato e dalle organizzazioni internazionali alle quali aderisce.
In una giornata di solenne esaltazione della nostra massima istituzione rappresentativa dobbiamo ricordare che la Sardegna ha una storia parlamentare fra le più antiche del mondo. La sua prima Assemblea risale al 1355 e pur avendo ruolo eminentemente consultivo, come per altro insegna, la storia di tutti i Parlamenti, fu certamente sede di confronto e di elaborazione ma soprattutto di presa di coscienza dei complessi problemi che investivano la Comunità ed i diritti di questa.
Perché non ricordare che furono per primi gli stamenti sardi (1667) a porre al Sovrano formali richieste di garanzia per la libertà personale dei sudditi, precedendo in questo la richiesta del Parlamento inglese che solo 12 anni dopo nel 1679, rivolgeva istanza sostanzialmente simile al Sovrano di Inghilterra con l'”habeas corpus act”?
Non si può certo affermare che siamo un popolo senza storia… solo perché, salvo il periodo giudicale, la storia di Sardegna, da 2000 anni a questa parte, l’hanno scritta i suoi dominatori.
La verità è che, spesso in contrasto e comunque sempre in atteggiamenti resistenziali con le istituzioni ufficiali, il popolo sardo ha continuato la sua operosa testimonianza salvaguardando tradizioni, usi, costumi, lingua e civiltà giuridica, conservando i valori della propria identità senza mai lasciarsi disperdere ed assorbire nella società e nella cultura dominanti e cogliendo ogni occasione per tentare la riconquista della perduta libertà.
Un bilancio di quarant’anni di autonomia comporta analisi e valutazioni non proponibili in questa sede.
Ritengo comunque di poter affermare come pur fra i vasti spazi di silenzio del suo Statuto il popolo sardo abbia saputo riconoscersi nell’Istituzione Autonomistica sconfiggendo la cultura della subalternità e facendo della Regione il punto di forza della propria soggettività politica.
Son cancellate dalla memoria del popolo le umilianti petizioni per far luogo ad una responsabile consapevolezza di diritti e doveri che non conosce gerarchie, privilegi e donativi ma solo la forza dell’ordinamento giuridico nato nel consenso del popolo che attraverso il regionalismo e l’autonomia ha realizzato moderne e concrete forme di sovranità.
Non vanno però taciute le ampie riserve che l’esperienza storica non ha mancato di legittimare.
Dell’inadeguatezza dello Statuto abbiamo detto, a questa si aggiunge però una politica sempre più involutiva ed asfittica di chiaro segno antiregionalista posta in essere dai poteri centrali dello Stato: Governo e Parlamento, cui non è estranea per la sua scompensata rappresentatività, la giurisprudenza della stessa Corte Costituzionale.
È difficile attendersi la terzizzazione, in una parola l’imparzialità, da un giudice che è eletto esclusivamente da una sola delle parti in causa.
Le interpretazioni sempre più restrittive dell’Autonomia Regionale limitano le istituzioni autonomistiche delle reali capacità di governo dell’economia, del territorio, della cultura, dei diritti e doveri dei cittadini.

Sempre più palese è il tentativo di appiattire gli Statuti speciali su quelli delle Regioni di diritto comune quasi che la specialità si concretizzi in un privilegio della Regione che ne è titolare e non in una capacità di governo di situazioni diverse, peculiari ed irripetibili nella complessa realtà dello Stato.
L’attività legislativa regionale costituisce sempre di più oggetto di contestazione ed impugnativa da parte del Governo per cui i rapporti istituzionali sono contrassegnati non di rado da incertezza e precarietà. Tutto ciò è conseguente all’errore dei costituenti o, se così si preferisce definirlo, al compromesso dei costituenti che si illusero di conciliare 1’inconciliabile; di realizzare momenti fecondi di equilibrio le due concezioni antitetiche dello Stato: centralista e regionalista, autoritario e democratico, introducendo cioè la forza innovativa delle Regioni nel territorio, ma conservando però il potere di imperio esclusivamente alle istituzioni centrali, Governo e Parlamento.
Il verticismo gerarchico è in Italia molto diffuso,dai Partiti alle istituzioni.
Da tempo si avverte perciò sempre più l’esigenza indilazionabile di una revisione critica della nostra Costituzione attraverso grandi riforme. Ma le maggiori resistenze, oltreché nel mondo politico, vanno individuate nelle burocrazie nelle quali si incardina la vita e il potere sia dei Partiti che dello Stato.
Son quelle stesse strutture che hanno dato vita ad una Regione nata vecchia perché modellata sull’architettura dello Stato dal quale ha assunto procedure, sistemi e gerarchie, che ripetono in sede regionale gli errori che si voleva correggere e superare in campo nazionale: il centralismo burocratico e clientelare.
Ecco perché anche per noi è ineludibile l’appuntamento con la riforma regionale, delle sue leggi, delle sue procedure, della sua organizzazione oltreché del suo Statuto di Autonomia. Solo così possiamo affrontare i temi del nostro tempo – l’europeismo da un lato – la centralità Mediterranea dall’altro: insomma l’internazionalizzazione della nostra economia, della nostra cultura, del nostro impegno civile.
Ma al di là dell’involuzione centralistica che per tanti convergenti segnali va emergendo nella politica italiana, il moto regionalista si va affermando e diffondendo nel mondo come irresistibile forza di civiltà democratica quando non addirittura di liberazione nazionale.
Un regionalismo che si muove nel senso della storia superando barriere ideologiche e sistemi politici – in Russia come in Iugoslavia, in Francia come in Svizzera, in India come in Inghilterra, dall’America del Nord a quella del Sud, dal Canada al Brasile.
Popoli che con la sopraffazione della violenza erano stati costretti ad una vita di subalternità ed emarginazione, emergono dal silenzio, della storia con tutta la forza della loro cultura, dei loro valori creativi ed etici.
Un universo di piccole patrie sta progressivamente modificando la geografia politica del nostro tempo coinvolgendo le grandi masse popolari sui temi che investono e variamente sospingono e condizionano le grandi collettività nel mondo.
Le regioni diventano così soggetti di rapporti internazionali senza per questo uscire dall’alveo dei rispettivi Stati ma trovando nella politica di questi la sede nella quale esprimere il contributo di elaborazione e di proposta politica che poi sarà chiamata, un volta definita, a tradurre in fatti operativamente fecondi nei rapporti esteri o interni dello Stato.
I Presidenti delle Regioni fanno ormai parte di organismi internazionali i cui deliberati si riverberano in ambiti continentali ed intercontinentali.
La nostra Regione avverte la vocazione    europea e mediterranea insieme e sente che il proprio ruolo è quello di trasformare la sua millenaria solitudine in un punto di incontro di culture, economie, sistemi politici diversi.
La sua collocazione geografica e la sua stessa storia ne fanno un crocevia del Mediterraneo ed in questo contesto intende esercitare, con pienezza di legittimazione, un ruolo positivo.
In questa prospettiva si va dando strutture moderne al passo con i ritmi di crescita e di sviluppo con i tempi cadenzati dalla scienza telematica, dell’operoso creare nei tempi reali.
Signor Presidente, Onorevoli Colleghi, quarant’anni di storia autonomistica stanno alle nostre spalle per insegnarci ed ammonirci che la storia del futuro, nella solidarietà viva e fervida dello Stato, dell’Europa e di quanti vanno costruendo la prospettiva di pace, non possiamo delegarla, ma scriverla noi.