Riforma dell’Unione Europea

Unione europea – Nel discorso dell’11 luglio 1990, Mario Melis denuncia senza mezzi termini i pericoli che corre la visione democratica dell’Europa, se non si rafforza il rapporto con i cittadini.

Signor Presidente, la proposta di trasformare la comunità economica europea in Unione politica federale rappresenta un indubbio miglioramento rispetto allo stato attuale, dominato com’è dalla vocazione riduttiva puramente utilitaristica del mercato. Positivamente innovativa consideriamo la prefigurazione di un Parlamento europeo che acquista una forte connotazione di centralità fra le istituzioni comunitarie in virtù del potere costituente, legislativo e di controllo che si legittima non per delega degli Stati, ma per voto dei cittadini europei.
Mancheremmo però al nostro dovere di testimonianza se non denunziassimo con forza i pesanti limiti che una tale riforma rivela perché, più che di riforma, si tratta di un miglioramento dell’esistente. Le relazioni si muovono, infatti, in una logica incapace di smantellare le vecchie strutture statali che sono all’origine delle feroci , conflittualità che, ancor oggi, sbarrano il cammino all’incontro fecondo e solidaristico dei popoli. Questi ultimi, con tutta la ricchezza delle loro diversità culturali, lavorano, creano civiltà e speranza nelle loro piccole patrie regionali, incapaci di armare eserciti per opprimere o conquistare l’altrui, ma solo ansiose di pace e di solidarietà. Sono gli stati ad aver trascinato i popoli in guerre di sterminio e ad aver sconvolto gli equilibri mondiali attraverso il colonialismo, la politica di potenza quale unico strumento di confronto e dialogo internazionale. Le relazioni non sfidano gli Stati, ne lasciano sostanzialmente inalterata la forza, trasferendo nelle istituzioni europee alcune sedi di mediazione prima affidate alla diplomazia. Altro, in effetti, non è il Consiglio dei Ministri.
Questa, colleghi, è una visione vecchia, pietrificata e sterile di una Europa dominata dalle multinazionali sui cui imperi non tramonta mai il sole.
Noi non siamo i sostenitori del tutto e subito, chiediamo però un indirizzo non ambiguo, verso l’Europa dei popoli, da realizzare attraverso un processo istituzionale evolutivo che liberi e responsabilizzi le regioni in un rapporto autonomo e diretto con il potere comunitario. Ci si è, invece, rifugiati nella logica degli stati. Non si è saputo cogliere il messaggio di libertà che scaturisce dall’irresistibile moto di libertà dei popoli che, dall’Est europeo ai Balcani, in un fermento vibrante e vitale, anelano a riappropriarsi di una soggettività politica che li renda protagonisti e responsabili del loro domani. Praticare la retorica delle regioni per poi imprigionarle nel rito formale della consultazione significa smarrire il senso della storia, ma il corso di questa non si arresta con furberie istituzionali di bizantina tradizione.
La libertà cammina ormai con la forza di una giovane democrazia regionalista che ha il consenso dei popoli, e in loro risiede la speranza di un domani di unità, di pace, di solidarietà e progresso. Ci asterremo dal voto.